I NOSTRI VIAGGI 926 diari 774.622 chilometri 10.339 giorni di esperienza

BASILICATA

2011

Visite diario: 698

Scritto da Andrea Agostini Sabato, 23 Aprile 2011
Ultimo Aggiornamento: Mercoledi, 23 Dicembre 2015

Viaggio di iniziazione agli splendori del nostro Sud. Fatto da un mezzosangue veneziano-marchigiano, formato nel segno della Universa Universis Patavina Libertas, vissuto per lunghi anni in Brianza.

DATI
Partenza Aprile 2011 Giorni pedalati 8
Km. pedalati 657 Viaggio in solitaria SI
Sterrato 0-25% Presenza di bambini NO
Dislivello 5000-10000 Pedalato in
Stati interessati Sistemazioni utilizzate
Soci partecipanti Andrea Agostini
DIARIO

Vuelvo al Sur, como se vuelve siempre al amor, vuelvo a vos, con mi deseo, con mi temor.
Llevo el Sur, como un destino del corazón, soy del Sur, como los aires del bandoneón.
Sueño el Sur, inmensa luna, cielo al reves, busco el Sur, el tiempo abierto, y su después.
Quiero al Sur, su buena gente, su dignidad, siento el Sur, como tu cuerpo en la intimidad.
Te quiero Sur, Sur, te quiero.
Vuelvo al Sur, como se vuelve siempre al amor, vuelvo a vos, con mi deseo, con mi temor.
Quiero al Sur, su buena gente, su dignidad, siento el Sur, como tu cuerpo en la intimidad.
Vuelvo al Sur, llevo el Sur, te quiero Sur, te quiero Sur...


Letra de Fernando E. Solanas
Musica de Astor Piazzolla




...Ed è vero: nonostante tutto e non so ancora per quanto, c'è ancora l'Italia.


Emilio Rigatti




Prologo (anche ferroviario)


«Vai giù a lu Regnu? Stai attento figlio mio!»

Ancora oggi si può sentire in alcuni anziani marchigiani la domanda incredula e l'avvertimento a chi varca il Tronto e, dallo Stato della Chiesa scende al Regno delle due Sicilie. Un tempo era un altro Stato, un altro mondo dove regnava il latifondismo e il bracciantato mentre di qua la mezzadria ci faceva tutti imprenditori. Un altro mondo. Ora che abbiamo l'Italia Unita, ancora per più anziani e non solo per loro, è un altro mondo, un mondo pericoloso, di mafie, di cattivi e brutta gente e, specialmente ora, con la guerra in Libia e l'Egitto e la Tunisia in subbuglio, di bande di africani e briganti. Ma la paura è della gente che non sa, che non viaggia, che non conosce. Come si può dare giudizi su una parte di Italia se non ci si è mai stati???

E' da almeno dieci anni che penso alla Basilicata come meta di un mio viaggio. Ero ricoverato all'ospedale per un’ operazione agli occhi quando un mio vicino di letto che non ho mai visto e di cui mi ricordo la voce, mi parlò in maniera entusiastica di quelle terre. L'amabile film di Rocco Papaleo dell'anno scorso fece il resto.

Ma per i cicloviaggiatori i treni per il Sud Italia, dalla parte adriatica, arrivano fino a Termoli. Poi la bici, ufficialmente, non la puoi portare. Da Termoli a Foggia c'è solo un piccolo trenino a gasolio con le porte piccolissime e le scale altissime. Perché poi a gasolio? La corrente elettrica ce l'hanno anche lì. Forse i grandi capi delle ferrovie lo fanno per proteggere la gente che, con la corrente elettrica, potrebbe prendere la scossa!!!

Inizierà quindi da Termoli il mio viaggio in Basilicata. Parto il primo aprile 2011, il giorno delle burle e dello sciopero dei ferrovieri. Il regionale da Pesaro a Termoli che passa da Montemarciano alle 07,14 forse non ci sarà e se ci sarà si fermerà a San Benedetto del Tronto. Per andare al Sud di sicuro c'è solo il regionale che parte da Ancona alle 06.45 e arriva fino a Pescara. Poi si vedrà, se non c'è nulla ho la bicicletta: il bello del viaggio è viaggiare. La moglie si impietosisce e mi accompagna con l'auto per 15 chilometri fino alla stazione di Ancona. A Pescara trovo per caso un trenino, moderno, comodo, silenzioso, elettrico, pitturato di un bel rosso amaranto che sembra svizzero ma al posto della scritta SBB CFF FFS ha quella delle Ferrovie Sangritane che non fanno sciopero. Le porte sono larghe, il pianale interno è alla stessa altezza del marciapiede e c'é perfino il posto per la bici. Arrivo elveticamente fino a Vasto S. Salvo. Oltre non posso proprio andare, ma la Basilicata è ancora lontana: devo finire l'Abruzzo, passare tutto il Molise e parte della Puglia.



1 tappa

da Vasto San Salvo (CH) a Lucera (FG)

Km 115 – dislivello salita 1149, discesa 952


Arrivo presto a Termoli per la statale 16 invasa da un inaspettato e gradevole odore di rose. Faccio una sosta nel delizioso centro storico murato sul mare, dall'aspetto orientale e con la notevole cattedrale di Santa Maria del XII sec.

Uscito dalla città affronto la prima salita per raggiungere sopra un terrazzo il borgo di Campomarino; la strada si interna e segue la lunga ondulazione delle colline con delle blande salite e altrettante discese, il vento è a favore, sulla vallata che segna il confine tra Molise e Puglia viaggio a 40 km/h. Una salita più seria conduce a Serracapriola e ad una delle curve c'è il primo dei numerosi “punto cani” di questo viaggio. I cani inselvatichiti che vagano per il nostro Sud erano per me solo un incontro letterario. :Ora ci arrivo improvvisamente senza meditazione preventiva. Sento abbaiare grosso, tre Pastori Maremmano-Abruzzesi più o meno bastardi, ma comunque di grande taglia, sono sulla destra della strada e abbaino cattivi verso di me. Dall'alta parte della strada, dentro un prato ce ne sono altri sette o otto, alcuni grossi alcuni piccoli, chi sdraiato, chi in piedi, che mi guardano, ma tutti silenziosi. La salita non è impegnativa e tiro dritto abbastanza veloce e come sono entrato velocemente nel problema velocemente ne esco. Ma mi rimane l'imprinting e la paura per il dopo. Le bande di cani randagi non sono solo letteratura ma un problema vero e serio.

Serracapriola, sita in cima al colle, ha un aspetto dimesso e deserto, poca gente in giro, le case lasciate a se stesse da tanto tempo, circolano modelli FIAT di quando ero piccolo con le targhe del tempo, quelle con la sigla della provincia in colore arancione o, addirittura, quelle nere con i numeri bianchi. In discesa, per evitare S. Paolo di Civitate con la salita e la successiva discesa, prendo una strada alternativa attraverso la vallata del Fortore che mi conduce, dopo una breve salita, a Torremaggiore. Stessa provincia, stessa posizione geografica, stesso ambiente della città precedente, ma qui è un altro mondo: negozi alla moda con commesse tiratissime, BMW e AUDI metallizzate che si muovono per il centro lastricato e animato di persone. Da qui a Lucera nessun paese, la strada provinciale, piccola ma ben asfaltata, traccia diritta una bella campagna verdissima, superando alcune creste collinose a distanza regolare. Lucera è in posizione dominante sopra un alto terrazzo: grande, animatissima, con i negozi aperti alle nove di sera (quando in Brianza eravamo già a letto) interessante per i suoi monumenti romani, normanni e federiciani.


2 tappa

da Lucera (FG) a Melfi (PZ)

Km 85 – Dislivello salita 833, discesa 576


La strada per la Basilicata passa per Troia, dove c'è un'eccezionale cattedrale romanica che conosco benissimo. Non passerò quindi per Troia anche perché aggirarla mi risparmierà un bel po' di salita. Percorro dapprima ortogonalmente le lunghe onde di questa terra, sulla cima di una cresta piego a est fino a Borgo San Giusto e di lì taglio le colline più basse fino a raggiungere la SS 90 che risalgo verso l’interno. Prendo quindi la provinciale n 106 per Ascoli Satriano. Da qui viro a sud verso Candela e il cono vulcanico del Vulture.

Candela mi pare inarrivabile in cima all’altissima collina, le salite mi hanno sempre fatto paura, lì a sinistra c’è la strada a quattro corsie che promette un salita a pendenze ferroviarie, vado a dare un'occhiata: non è vietata. E vai per l’autostrada. La seguo velocissimo, specialmente in discesa fino a dove inizia la lunga salita per il colle che scopre la città di Melfi.

Melfi ha un profilo autoritario con la case raccolte in cima ad un rilievo e il castello che la sovrasta da nord ovest con la foggia di quello federiciano delle monete ma più grande. La storia della città è piena di presenze importanti: concili della chiesa, trattati, emanazioni regali e imperiali. Il centro lastricato è animato e vivo. In mezzo, il bellissimo campanile Romanico Normanno preannuncia un'altrettanta cattedrale che invece è stata assassinata da una bianca e insulsa facciata barocca. La cena in un ristorante del centro è quanto mai movimentata. Mi trovo compresso tra una banda di bambini rumorosi che festeggiano un compleanno e la partita Milan-Inter. Il massimo del cinema si raggiunge quando i bimbi stanno correndo e urlando attorno ai tavoli e contemporaneamente dalle due televisioni megaschermo e dall'amplificazione quadrifonica arriva il nuntio gaudium magnum del gol di Pato.


3 tappa

da Melfi (PZ) a Potenza

Km 86 – dislivello salita 1134, discesa 936


La mattinata inizia con una fresca e ombrosa strada in leggera discesa che costeggia il il Vulture. Il primo centro abitato è Rapolla. La strada che intendevo seguire è chiusa. Mi fermo in piazza per informarmi. I vecchi che sono lì se la potrebbero prendere se non gli chiedo nulla. Sono oltremodo precisi:

«Andate di quì, girate a destra e poi a sinistra, andate su in salita».

Usano l'arcaica e riverente seconda persona plurale. Arriva altra gente che si interessa al mio viaggio e che approva le indicazioni dei primi. Un signore mi dice:

«Si fino a Rionero saranno otto chilometri»

Gli altri prontamente gli ribattono:

«Ma lo sa! Lo sa! Non vedi com'é organizzato? »

E un altro ancora:

«Per carità non andate per la superstrada che vi uccidono! »

Arrivo presto a Barile, fiera di essere una cittadina Arbëreshë con le sue due lingue: l’Italiano el’arbërisht. I vecchi in piazza ai quali chiedo la strada che già so, solo per attaccar bottone, sono precisissimi sulla loro storia.

«Noi è da tanto che siamo albanesi, dal 1400 quando fuggimmo dalla conquista ottomana Qui, chi comandava ci promise che non avremmo pagato le tasse e noi siamo venuti, con la nostra lingua, le nostre tradizioni e i nostri preti di rito cristiano-greco.»

Il nome “Barile” sarà forse in relazione al vino di qui, il cui vitigno (Vitis Ellenica) anche lui di lontana provenienza greca, il favolosi Aglianico del Vulture?

Segue a breve Rionero Al Vulture che è grande cittadina, con la cupola delle chiesa madre di tutti i colori e con molto traffico domenicale. Il lastricato grossolano mi crea qualche problema di vibrazioni. Sbaglio strada, chiedo quella giusta e arrivo dopo una breve discesa ad Atella, raccolta attorno al suo corso pedonale. Ancora una lunga discesa mi porta nella valle che proseguo per un poco fino a iniziare la salita fino al Castello di Lagopesole.

La strada è sbarrata. Chiedo se con la bici si passa. Il guidatore di un trattore mi dice: «Si. Potete passare ma dove l'asfalto è rotto dovete andar a piedi, saranno cinquanta metri.»

Vado. Il tratto rottissimo è sopra un ponte che stanno riparando. Non è proprio agevole portarsi dietro la bicicletta sopra quel disastro di lastre di asfalto divelte e accuminate. In seguito il percorso é singolarmente mio. La strada è tutta per me declassata da statale a provinciale ed ora pro tempore mia personale. La salita finisce al Castello di Lagopesole, quadrato e massiccio dominatore del paese e della valle appena salita. A sud la strada serpeggia varia sopra un panoramico altopiano attraversando piccoli paesi. In fondo sulla sinistra si intravede Acerenza e la sua magnifica cattedrale romanica. A San Nicola la mia strada termina addosso alla ferrovia e confluisce a forza nella Superstrada per Potenza che inizia con una galleria e prosegue con una lunga e veloce discesa. Io devo proseguire oltre Potenza e scendo ancora più veloce verso sud-est dentro la valle del fiume Tiera, sopra un lungo viadotto, fino alla confluenza della strada nella SS 407 Basentana. Quest'ultima grande strada è a quattro corsie, in leggera discesa che in 25 veloci chilometri mi permetterebbe di arrivare alla base della salita per Pietrapertosa. Avevo controllato da casa, con google street view, non c'era il divieto per le biciclette, ma la ripresa non era recente. Il disco bianco bordato di rosso con la bicicletta dentro è perentorio. Torno indietro e inizio la salita della vecchia SS 7 Appia per Vaglio Basilicata. Ma è già tempo di trovare posto per la notte. L'albergo ristorante lì vicino è ancora chiuso, in basso avevo visto l'insegna di un agriturismo ma non ho preso il numero. Mi fermo a pensare: vale la pena di salire e magari non trovare nulla o è meglio tornare indietro a telefonare all'agriturismo? Notano il mio impasse e si fermano due motociclisti a vedere se avessi bisogno di aiuto:

«No. A Vaglio non c'è possibilità di fermarsi»

Telefonano all'agriturismo ma è ancora chiuso, non è ancora stagione, (la Basilicata non è Venezia). Mi dicono che un poco indietro a cinque chilometri c'è un'altro agriturismo. Vado trovo il cartello e telefono. Mi risponde una signora e mi dice che per dormire sono ancora chiusi.

«Dove vado? Sono con la bicicletta. »

«Bisogna che arrivate a Potenza e magari se non volete fare la salita cercate l'Hotel Vittoria che è vicino al raccordo autostradale, giù in basso.»

Vado quindi verso Potenza, prima per la provinciale poi, attraverso la complanare del raccordo autostradale raggiungo al tramonto non senza problemi di traffico e orientamento l'Hotel Vittoria.




4 tappa

da Potenza a Pietrapertosa (PZ)

Km 64 – dislivello salita 1268, discesa 991


Ritorno alle solitudini della vecchia SS Appia che salgo fino a quasi Vaglio Basilicata, proseguo per bella strada varia e poi in salita fino al colle e quasi al valico del Monte Cupolicchio. Ora mi aspetta una bella discesa con vista grandiosa sugli strani addentellati delle arenarie delle Dolomiti Lucane che si stagliano dietro l’abitato di Albano di Lucania. La strada dopo, sale ancora fino a Campomaggiore per poi precipitare con una serie di tornanti fin dentro la valle del Basento. Inizia quindi la salita ripida e lunga per Pietrapertosa (800 metri in 10 chilometri). La salita è dura ma il paesaggio è via via sempre più interessante: imponenti bancate di arenaria escono quasi verticali dalla terra e formano guglie erose dalle forme bizzarre. Arrivo sull'orlo della profonda e scoscesa e rocciosa valle che separa Pietrapertosa da Castelmezzano che di là sembra un paesello del presepio. Sulla valle l’esile filo d’acciaio con cui in estate si può volare da un paese all’altro alla velocità di 130 km/h (volodellangelo.com).

Pietrapertosa è un sito estremamente scenografico ma altrettanto autentico. Costruito in pietra dietro gli ultimi aguzzi speroni della costiera di arenaria al riparo dei vento del nord e dai nemici della valle, nel caldo del versante sud, accorti e tranquilli nel vedere senza essere visti. Le case, i vicoli, le scalinate, i pertugi sono intimamente costruiti di pietra e nella pietra, connessi in una continuità tra uomo, roccia e storia mai vista nella mia esperienza.

Sono ospitato da Teresa nella Casa di Penelope e Cirene (la mamma e la zia). L’accoglienza è meravigliosa: appena telefono al suo numero di cellulare, datomi da una signora incontrata su per la salita, lei mi fa:

«Tu sei il ciclista? »

«Si ma come fai a saperlo? »

«Ti ho superato su per la salita, sono quella con la Mito gialla che ti ha salutato. Ho subito pensato: ecco quello sarà sicuramente un mio ospite. »

La casa è in centro ed è tutta per me: camera con vista sulle rocce sopra la città, salottino con divani e biblioteca, cucina a piano terra. Per la cena il fratello di Teresa mi consiglia di andare da Giacomo e Antonietta giù in paese basso. Dice:

«Oggi è giorno di chiusura ma vedrai che ti apriranno. »

Scendo e Giacomo, con il tubo del gas in mano, mi dice:

« Subito no, ma sistemato il gas, tra poco, potete venire. »

Faccio un giro e più tardi aprono il locale, accendono le luci, la cucina e la macchina del caffè solo per me. Mi sento ospite gradito e coccolato del paese intero. Sono Andrea. Il ciclista. Un riconoscimento sentito a tutto il paese quindi ma più particolare a Teresa, al Fratello, al Padre a Cirene a Penelope, a Giacomo ad Antonietta. (La Basilicata non é Venezia).





5 Tappa

da Pietrapertosa (PZ) a Pisticci (MT)

Km 75 – dislivello salita 1000, discesa 1650


Salgo verso la cresta per una stradina asfalta verso il bosco di Montepiano. Solo appena un chilometro dopo la caserma dei carabinieri mi incrocia un camioncino del Comune, si ferma scendono tre persone che mi chiedono dove, quando, perché, mi indicano perfettamente la strada:

“Dopo la fontana con il lungo abbeveratoio, l’acqua e buonissima, non andare dritto la strada finisce. Sali a sinistra per un chilometro e poi arrivato in cima vai a destra, è tutta discesa fino alla strada provinciale. Di lì puoi andare a Stigliano a Cirigliano a Gorgoglione. »

Si ferma una macchina con due ragazze, si interessano al mio viaggio, guardano la mia carta, mi dicono:

«Aspetta. »

Vanno via fino in paese e tornano poco dopo con una loro carta e mi segnano il percorso. Il tragitto è incantevole e solitario arrivo fino alla fonte di acqua buonissima. Mentre sono lì arriva un uomo con la macchina, si ferma, riempie delle bottiglie e mi dice che, torna a Pietrapertosa a trovare la mamma; lui abita sualnord dove, non mi ricordo se le città intere o le persone, sono impertinenti. Impertinente. Termine un poco retrò per un colloquio tra un ciclista ed un emigrante al bordo di un abbeveratoio. Dopo la salita inizia il bosco di Montepiano bellissimo e fitto di alberi molto grandi. Nella discesa arriva il mio secondo “punto cani”. Sento un abbaiare grosso da sinistra: due pastoracci bianchi e grossi stanno trotterellando verso la strada ma sono lontani e io in discesa. Comunque poco dopo mi fermo raccolgo un bastone e lo fisso con due elastici al manubrio, tenendolo lì come una spada. Arrivo alla provinciale che sale e scende amabile dentro l’ombra e il verde. Raggiungo il passo di Montepiano, oltre, verso ovest le alte colline sono coperte completamente dl fitto bosco. Penso: «Altri posti per altri viaggi. »

Verso sud e verso est invece mi aspettano colline di argilla e calanchi. Passo a Stigliano e poi giù in discesa fino a Craco. Si fa freddo, si alza un vento fastidioso e poi arriva una bella pioggia che continuerà per tutta la notte. Bagnato, mi fermo a Pisticci in un complessa collaborazione tra un agriturismo troppo pieno e un B&B che prevede ben tre spostamenti in automobile a loro idea e cura.


6 tappa

da Pisticci (MT) a Matera

Km 60 – dislivello in salita 1183, discesa 1112


Per evitare una galleria di circa quattro chilometri, scendo da Pisticci per la vecchia strada tutta buche e tornanti e con numerose invasioni di fango provocate dalla pioggia notturna. Pisticci Scalo, costruita nella valle del Basento, è un agglomerato di grossi stabilimenti elettrici della Panasonic e chimici, puzzolenti, con gli alti camini bianchi e rossi che sono abituato a vedere vicino a casa mia. C’è anche una pista aerea che la gente di qui vorrebbe diventasse l’aeroporto della Basilicata che ora non c’è.

La salita alla cima delle colline a nord di essa è ripida e il vento è fastidioso, viaggio lentamente quando sinistro e lugubre scende dall'alto dei tornanti sovrastanti il solito abbaiare grosso: il mio terzo “punto cani”. Non si vedono, si sentono solo. Mi incrocia un signore con un Apepiaggio, si ferma e mi dice:

«Attento ai cani... Abbaiano. »

Io gli chiedo

«Abbaiano e basta? »

«No. Abbaiano e mordono. »

Tanto per farmi stare meglio fa il gesto con le mani e con la bocca. E continua:

«Stai attento!! Pigliate nu bastone!! »

Grazie Grazie dell'avvertimento. Ma mi lascia nel panico, la salita è dura se mi attaccano non scappo di sicuro. Impaurito cerco un bastone. Non lo trovo. Sono costretto a strappare un ramo da un albero, scendo nella macchia e mi ferisco ad una gamba, esce abbastanza sangue, risalgo sulla strada con il ramo fronduto e fogliuto per disinfettami e chiudere la ferita. Intanto il nemico là sopra abbaia forte e grosso. Il vento ha fatto cadere la bicicletta, accidenti, dalla parte del cambio ma le borse hanno attutiscono l'urto sull'asfalto. La sollevo, mi adopero con acqua ossigenata e metto un cerotto sul buco, per non farmi male alle mani mi metto i guanti da guerra e pulisco il bastone. Tutto avviene in un modo automatico e poco pensato ma tutto sommato razionale. Il nemico sopra continua ad abbaiare forte e grosso; mi aspetta. Sono pronto con il bastone fissato al manubrio con i soliti elastici. Mi lascio i guanti da guerra almeno in qualche modo mi proteggeranno le mani sia dai morsi che dal bastone non propriamente liscio. Salgo spingendo la bici, la potrò usare come scudo all'occorrenza e sarà più facile liberarsene in fase di combattimento. Il fervore della battaglia raggiunge e contende la paura. Perché non sono un guerriero Jedi e non ho la mia spada laser?? Salgo come un soldato giapponese all'attacco di un nido di mitragliatrici, salgo, addirittura li cerco, sono andato fuori di testa? Scopro la curva: nulla. Raggiungo l'altra curva, non ci sono. Se ne sono andati. Avranno avuto paura della mia preparazione o si saranno stufati di me?

Finalmente raggiungo la cresta che è molto bella tra boschi di abeti e quercette. La strada é agevole fino a Pomarico. Per abbreviare il percorso di alcuni chilometri mi inerpico per una scorciatoia a sinistra prima del paese che diventa terribilmente di asfalto disastrato con crepe in cui entra il pneumatico da 35, buche, sassi. Sotto una croce di ferro si muovono verso di me i soliti maremmani selvatici abbaianti ma non lo considero nemmeno un altro “punto cani”. La stradina finisce con una salita arcigna a lambire una discarica odiosamente puzzolente e infestata da insetti. Raggiungo quindi la SS 7 Appia che con una galleria supera un colle e giunge, pericolosamente trafficata, ma almeno senza cani, a Matera. I camion veloci e il vento forte sui viadotti sono veramente drammatici. Se sto toppo vicino al guard-rail rischio, con le sbandate del vento, di sbatterci contro, se sto troppo sulla strada rischio di essere investito. Esco finalmente a Matera Sud. Inizia la salita ma il vento, coperto dalla collina, sparisce. Trovo posto per la notte in centrissimo, appena prima di via del Corso, in cima al Sasso Caveoso.

Matera è un sito unico è indescrivibile. Bisogna andarci.


7 tappa

da Matera a Venosa (PZ)

Km 90 – dislivello in salita 700, discesa 600


Il vento è calato, in centro le bandiere non sono tesissime come ieri, ma appena uscito dalla città eccolo che mi spira contro: carogna e costante. Fino a Gravina in Puglia è una sofferenza. A Gravina in Puglia mi fermo, in piazza fervono i restauri della cattedrale, parlo con una ragazza, ciclista da corsa, che mi scambia immancabilmente per tedesco e si informa interessata sui costi delle attrezzature da cicloviaggio. Prima di uscire dalla città faccio in tempo ad imbattermi nel blitz dei genitori-commandos che, con ogni mezzo e arma, abbattendo tutto e tutti vanno a salvare i propri figli all’uscita della scuola elementare. Mi arrendo subito, scendo dalla bici e mi sdraio a terra a braccia e gambe larghe. Mi lasciano vivo e libero.

Da Gravina a Spinazzola torna il vento e la sofferenza. Ho qualche dubbio e sconforto. Ma il vento non cesserà e comunque a Venosa devo arrivare.

Ho voluto la bicicletta!!! Adesso pedalo.

Dopo Spinazzola, forse protetto dalle cime arrotondate dell’Alta Murgia o forse per … il vento cala, ora trasporta solo gli odori di quelle terre. Dalle varie coltivazioni, che non riconosco, arrivano buoni e freschi profumi. E' veramente un bellissimo andare sopra quel costolone in quel paesaggio che, finalmente, scopro molto bello. Una rapida discesa mi porta alla linea ferroviaria e quindi inizia una ripida salita che mi condurrà a Venosa. Ma in salita di solito mi aspetta il mio nemico e arriva inesorabile il quarto “punto cani” forse il peggiore.

Sento su in alto il solito abbaiare grosso. Salgo e li vedo. Sono i soliti grandi, bianchi pastori maremmani, sono attorno ad una casa, mi tranquillizzo, sono domestici, non cattivi. Invece più avanti mi accorgo che la casa è disabitata e distrutta, non c'e recinto e loro sono lì a bivaccare e ad aspettare me. Abbiano forsennatamente, due vengono verso di me, uno mi segue trotterellando da destra, mi sposto verso la parte sinistra della strada, la salita è dura 9, 10%, non posso andare più veloce, lui è più svelto di me, mi viene sulla sinistra, mi affianca e abbaia cattivo, non ho più il bastone, sono proprio sotto la città di Venosa non pensavo che..., sono stanco, il mio spirto guerrier entro non mi rugge più, aspetto il peggio inerme e sacrificale, intanto continuo a pedalare e sudare, già avverto il morso alla gamba sinistra, continuo a pedalare e a sudare nel caldo e nella paura. Lui si ferma, abbaia, abbia, ma si ferma. Io continuo a sudare e pedalare e pedalo e pedalo....... sono fuori. Mancheranno altre tre curve e poi c'é Venosa. Prima della penultima curva il quinto“punto cani”. Ma non è troppo vicino al precedente? E' una tragedia! L'abbaiare stavolta è piccolo e numeroso, scopro la curva e in cima alla scarpata un nero di mezza taglia mi abbaia contro e salta rimanendo sul posto come se fosse legato ad una catena, arrivo più vicino e altri, di varie taglie e colori, abbaiano cattivi da dietro una rete metallica. Credo che siano rinchiusi in una sorta di precario e strano canile. Mi rinfranco un pochino e vado avanti più tranquillo, guardo la strada avanti e mi rivolgo ancora verso il canile. Ci sono anche i classici pastoracci bianchi e grossi. Ma fuori dal recinto liberissimi e randagissimi e bavosissimi. Ricado nella paura e nella stanchezza e nello stato sacrificale, ma anche stavolta non succede niente.

Venosa, città di Orazio e del vino, sepolcro di Roberto il Guiscardo è davvero imperdibile. Vivace ed e elegante alla sera, mi accoglie con una sontuosa cena ed un ottimo Aglianico del Vulture, tanto che mi sento in dovere di giustificarmi con i due simpatici gestori del ristorante.

«Ho appena fatto 90 chilometro controvento, con la bicicletta, da Matera. »

E loro:

«Sì hai mangiato veramente tanto! Ma te lo sei meritato. Da Matera? Tutta in bici? »



8 tappa

da Venosa (PZ) a Barletta (BT o BA)

Km 82 – dislivello in salita 533 – discesa 928


Prima di partire visito diligentemente tutte le evidenze artistiche del sito. Gli scavi della città romana di Venusia, L'abbazia della SS Trinità, antichissima, bellissima e con il fascino di essere rinchiusa in una chiesa ancora più grande ma incompiuta. L'onesta cattedrale di S. Andrea e il Castello del 1400 con un ricchissimo museo archeologico.

Esco verso nord ma poco dopo sbaglio strada, sono sempre troppo ossequioso ai cartelli stradali che sono sempre “per le automobili”. La discesa che mi ero spettato e pregustato, finisce presto, non c’è la strada panoramica con il laghetti sulla sinistra. Sono di nuovo in cima al costolone che avevo percorso ieri.

Sbaglio strada per la seconda volta per Lavello. Il cartello Lavello Castello mi conduce per delle folli discese dentro due profondi sbaranchi e altrettante folli salite.

Ogni discesa è segnata da un nuovo “punto cani”. Il sesto mi vede affrontare con un deciso urlo da guerra tre o quattro cani scuri di taglia media ma in discesa è più facile. Nel settimo ed ultimo “punto cani” alcuni pastoracci bianchi e grossi che bivaccavano davanti al solito canile recintato provano a corrermi dietro ma la mia velocità, più che il mio urlo da guerra, mi tiene a una giusta distanza dalle loro brutte facce.

Risorgo a spinta per una 15% e più a Lavello Castello, la parte vecchia della città, che percorro nel verso sbagliato, fino a un dirupo senza sbocco. Torno indietro e arrivo alla Lavello Normale fino al semaforo di S. Antonio per poi prendere la strada per Canosa. Ma devo passare nella piazza davanti alle scuole elementari nel momento dell'uscita degli scolari e dell'arrivo delle macchine dei genitori. Mi trovo in mezzo alla battaglia in cui affinché il proprio pargolo non debba rimanere fuori dalla scuola e fuori dalla macchina per più di cinque secondi se no muore avvelenato dall'aria, ci si comporta da pirata, o da pilota da caccia, passando sopra tutto ciò che non è il proprio pargolo da salvare, compresi ciclisti, le maestre, i pargoli degli altri e tutti gli altri.

La statale 93 verso Barletta, passati i primi chilometri mossi da alcune curve e dalla collina, non è una bella strada: il paesaggio è dominato dalla larga valle dell’Ofanto i traffico di autocarri è molto presente e velocissimo. I camion arrivano dentro il loro stantuffo d’aria che mi imprime un'accelerazione se vanno nel mio senso o un rallentamento se sono contrari e comunque sempre uno sbandamento laterale.

A Canosa inizia una salita fino alla sommità del colle da cui si vede l’Adriatico. A questo punto per abbandonare il traffico prendo la provinciale n 182 (della provincia di Bari o di BarlettaAndriaTrani) che con i suoi bei cartelli blu preannuncia un bell'andare fino a Barletta, tra leggere colline di olivi e prati verdi. Infatti è magnifica, ben asfaltata e deserta, anche se stretta. E’ veramente un bell'andare anche per un tratto di qualche chilometro dove diventa di terra e sassi. Ritorna l’asfalto liscio e nero e dopo qualche dosso arrivo con una lunga discesa a Barletta.

Dopo qualche problema di traffico e lo stretto cavalcavia della ferrovia, sono fermo davanti alla basilica del Santo Sepolcro e al Colosso di bronzo a guardarmi un poco in giro e mi sento addosso la domanda:

«Quanto va veloce questa bicicletta ? Da dove vieni? »

Lui si interessa a meIo. Poi gli chiedo se conosce qualche posto per dormire, qualche albergo.

«Ma non andare agli alberghi, sono lontani e costano un sacco di soldi, il centro storico è peno di case albergo. »

Proprio nella pedonale Via della Cattedrale ci sono tre B&B. Il primo non ha posto ma mi consiglia di andare al B&B Eolo. Lo trovo in una piazzetta oltre quattro gradini e un vicolo con i panni stesi e profumati. Non ho messo il cavalletto alla bici che sento:

«Ma hai l’appuntamento? »

«No. Sono arrivato qui per caso. »

E’ Carlo, lui sa tutto di quella piazzetta, conosce tutti. Telefona subito col suo cellulare alla signora che è fuori e verrà di lì a poco per aprirmi e preparare la camera. Intanto mi intrattiene amabilmente, tira fuori degli sgabelli fatti da lui dalla sua casa e chiacchieriamo di tutto per circa un’ora. Mi informo se al B&B Eolo avranno il posto per la mia bici e lui mi dice:

«Credo di si. Ma se non è possibile la mettiamo dentro casa mia. »

Grazie Carlo e arrivederci. La signora è simpaticissima e il B&B davvero bello.

Alla sera mi trovo in mezzo ad una esplosione di socialità impensata e inaspettata per me e per la mia storia: gente di tutte le età, comprese anziane signore con la borsetta sull'avambraccio come usava mia nonna e bimbi in passeggino, che affolla le vie del centro storico, parla, cammina, si incontra, si conosce per la prima volta, si saluta, si rivede....fino a notte fonda. Che sia questa la medicina per i nostri moderni e lugubri tempi di ignoranza e di paura dell'altro? Che venga dal nostro Sud lo stimolo per un nuovo rinascimento?

Che, invece di avere paura della Gente de lu Regnu, potessimo imparare tutti qualcosa??

Magari!!



Ritorno a casa


Alla stazione di Barletta la signora, gentilissima mi fa:

«Montemarciano? Dov’è? Con i regionali? »

Non riesce a fare un biglietto solo. Il sistema non prevede un viaggio del genere. Gli ostinati, la gente strana e i ciclisti, dovranno, in teoria, salire su cinque treni (quasi tutti con il servizio bici? Senza trucco il Foggia-Termoli è impossibile anche stamattina). Dovranno cambiare a Foggia, Termoli, Pescara e Ancona. La pratica poi è meglio visto che il Termoli-Pescara è lo stesso del Pescara-Ancona, ma arrivato ad Ancona, scendo e vado a casa in bicicletta.







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