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TRANSIBERICA: DA LISBOA A VALENCIA

2016

Visite diario: 1325

Scritto da Andrea Agostini Lunedi, 09 Maggio 2016
Ultimo Aggiornamento: Martedi, 28 Giugno 2016

Transiberica: Portogallo e Spagna. Da Lisboa a Valencia attraverso l'Alentejo, l'Extremadura e Castilla la Mancha. Dopo un decennio di assidue frequentazioni del Portogallo e della penisola iberica stavo rimandando troppo quei miei interessi. Era ora di tornare.

DATI
Partenza Aprile 2016 Giorni pedalati 12
Km. pedalati 1085 Viaggio in solitaria SI
Sterrato 0-25% Presenza di bambini NO
Dislivello 10000+ Pedalato in
Stati interessati Sistemazioni utilizzate
Soci partecipanti Andrea Agostini
PERCORSO
MAP-GPX TRACK-GPX
TRACCE GPX
Titolo Scarica
Transiberica: Da Lisboa a Valencia
DIARIO

Transiberica: Portogallo, Spagna.


Da Lisboa a Valencia attraverso l’Alentejo, l’Extremadura e Castilla la Mancha.

Km 1.085

Dislivello  + 10.320 mt



Prologo e motivazioni


Dopo un decennio di assidue frequentazione del Portogallo e della penisola iberica stavo rimandandando troppo quei miei interessi. Era ora di tornare. L’Airbus 320 della TAP fa il suo largo giro sopra l’Oceano Atlantico e l’estuario del Tejo, si infila tra la torre di Belem e il ponte 25 Abril, lambisce il profilo di Lisboa, le sue cupole, le torri di Amoreiras, il Parque Edoardo VII e sgomma sulla pista di Sacavem. L’aeroporto è lo stesso di sempre, piccolo, familiare, che sa di sardinhas asadas, sono felice come un bimbo che torna a casa. Sono diventato però “un bimbo grande...” sono riuscito senza esagerati traumi e magoni a portare la mia bicicletta fino a Lisboa, in aereo. Ho solo perso una rondellina nel rimontare il portapacchi e il percorso del filo elettrico della luce posteriore ha una lieve imperfezione.



1 - Dall’aeroporto di Lisboa a Praça do Commercio 

Km 11


Sono qui ora a pedalare piano in leggera discesa per Avenida de Berlim verso la stazione de Oriente per respirare l’aria atlantica e la tenera malinconia lusitana nella necessaria solitudine. Sono qui a  risvegliare i miei fantasmi assieme ad ingombranti tutele: Fernando Pessoa e Tabucchi, Miguel Torga e Miguel De Cervantes, Antonio Lobo Antunes, Cees Nooteboom ma anche Wamba, re dei Visigoti, e i Mozarabi e i pittori Jeromymus Bosch ed  El Greco…

Costeggio l’area dell’expo, le opere di Calatrava, l’Ocenario e sulla riva del Tejo, con bella pista ciclabile, raggiungo i delicati azzurri confetto della Stazione di Santa Apolonia e la magnifica Praça do Comercio. Per oggi sono arrivato, alla Pousada avranno cura della mia bicicletta. Mi mimetizzo subito tra le tessere dei mosaici bianchi e neri dei larghi marciapiedi della Rua Augusta, attraverso il Rossio e Praça da Figueira, alla ricerca del mio amico Martinho nel suo ristorante. Vado quindi al Bairro Alto, Al Miradouro de Sao Pedro de Alcantara a quello di Santa Catarina, vado ad Alfama, vado, vado, come se in un' unica frenetica notte dovessi riappropriarmi di tutta la città. Ma non ci riesco, non ci riesco e vado a dormire con uno stato di ansia e di attesa. Entra dalla finestra con cappello, occhialini, baffi e cravatta. Lo riconosco subito: O Poeta Fingidor - Fernando António Nogueira Pessoa

Não sou nada.
Nunca serei nada.
Não posso querer ser nada.
À parte isso, tenho em mim todos os sonhos do mundo.

Tabacaria – Fernando Pessoa


“Perché mi segui, italiano? Sei forse interessato ai miei sogni o alle mie pene? Perché continui a percorrere la mia strada e i miei magoni? Giù nella Baixa non c’é più nessuna insegna di tabaccheria né nessuna tabaccheria che mi possa ricordare, non in rua Dos Douradores né in altro luogo. Non troverai Esteves, uomo senza metafisica e forse, anche i miei versi stanno abbandonando questa città. Cosa cerchi nelle strade sotto il Castello o in Alfama? Perché continui a venire, a saccheggiare la nostra opera e la nostra vita, non sei portoghese, non conosci la nostra lingua, cosa potrai portare nel tuo paese? Parli di azulejos e di saudade, del vino di Colares  e del Tejo, credi di parlare con noi ma sei tu che ci vedi e credi di vedere le nostre ombre, credi di ascoltare le nostre parole, le nostre poesie e le nostre canzoni. Percorri come un’ombra questa città, consumi la nostra pioggia, il nostro vento, e questa nostra luce che tanto ti piace. Ma non riuscirai a trattenerli in te e a portarli via. Non potrai altro che usare la tua pioggia, il tuo vento e la tua luce. Nonostante la tua aria compunta e dimessa quando in fila sul marciapiede aspetti l’Electrico, nonostante il tuo sguardo velato di tristezza mentre osservi questa città, non sei uno di noi.”



2 - Da Lisboa a Arraiolos

Km 118

Dislivello + 989 mt


Ci sono i lavori all’imbarcadero del Terreiro doi Paço, i battelli per Montijo  partono ora da Cais do Sodré. Prima però devo passare al Museu de Arte Antiga in Rua das Janellas Verdes per rivedere un dipinto a cui sono molto affezionato: As Tentações de Santo Antão. Un trittico dello schizzatissimo fiammingo  Hieronymus Bosch che lo dipinse alla fine del 1400. Arrivo veloce col battello nell’Outra Banda, sono fermo ad armeggiare con il Garmin, che un ciclista in casco e Cannondale in assetto da viaggio con una sola borsa sul portapacchi, si ferma e mi chiede se ho bisogno di aiuto.

“ No. Sono arrivato ora da Lisboa e sto partendo verso Estremoz.”

“Boa viagem.”

Ritorno ad armeggiare con il Garmin, non trovo la traccia che mi ero preparato per stradine secondarie dell'Alentejo, mi dovrò affidare, come sempre, alle vecchie carte Michelin. Passo il centro abitato di Montijo, faccio i miei soliti casini, prendo la strada di Setubal, torno troppo indietro fino al superare l'autostrada per il ponte Vasco da Gama e Lisboa. Chiedo in giro:

“La strada per Vendas Novas?”

Ho indicazioni diverse e contrastanti, trovo finalmente la RN 4. Visto poi l'andazzo mi converrà utilizzare la statale almeno fino ad Estremoz e addio sogni di gloria nell'Alentejio bucolico e nascosto. Intanto il Garmin è morto completamente. Tutti a casa “Abbiamo problemi con la tecnologia” ma io sono quello più vulnerabile. Anche la mia reflex che, con i suoi obbiettivi, riempe e appesantisce la borsa al manubrio, da ieri, non dà segno di voler funzionare. Dalle parti di Pegoes due cicloviaggiatori che vengono in senso contrario mi salutano con ampi gesti. Finisce la pianura, dopo Vendas Novas sono finalmente nel mio amato Alentejo e a Montemor o Novo scollino la linea su cui fanno tenera presenza i ruderi del castello. Arrajolos è sulla cima del collinone. Paese blu, diceva Valeria, facendo una sua distinzione tra i paesi dell'Alentejo con le case bianchissime bordate di blu o di giallo ma anche a volte di verde o di marrone. Ogni colore ha un suo significato, ma per me si è diluito nel tempo. Il paesaggio serale è tranquillo e caldo, oltre la finestra aperta e il piccolo balcone una costiera di acute e verdi colline sostiene il cielo e le stelle che lampeggiano rapide, verso sud anche il piccolo castello rotondo di Arrajolos e più in là le case bianchissime bordate di blu. Da un alto pennone di metallo, piantato entro il recinto della Pousada, una grossa civetta irradia il suo malinconico richiamo e dà un tocco di estrema portoghesità alla notte:


Vem, Noite antiquíssima e idêntica,

Noite Rainha nascida destronada,

Noite igual por dentro ao silêncio. Noite

Com as estrelas lantejoulas rápidas


No teu vestido franjado de Infinito.

Vem, vagamente,

Vem, levemente,

Vem sozinha, solene, com as mãos caídas

Ao teu lado, vem...


Fernando Pessoa 


L'ho chiamato. Eccolo di nuovo. Fernando continua il suo discorso di ieri notte a Lisboa:

“Alvaro ha l’automobile, una Chevrolet bianca che gli hanno prestato, stiamo andando a Sintra o a Cascais, non possiamo rimanere a Lisboa ma appena saremo arrivati a Sintra o a Cascais non potremo rimanerci e allora torneremo indietro per la strada di Sintra o di Cascais fino ai moli di Alcantara o forse fino al cimitero di Prazeres. E’ li che sta Esteves e la bambina che mangiava i cioccolatini e lo zoppo della lotteria. Ma tu non puoi venire, a te non piace il sarabulho e la dobrada.”

Questa volta, ribatto, mi giustifico:

“Non ho mai detto che non mi piace il sarabulho, non sono mai riuscito a mangiarlo, non lo preparano in tanti posti e bisogna prenotarlo almeno due giorni prima. Ho detto che non mi é piaciuta la papa de sarabulho che ho mangiato a Porto. Amo invece la trippa, non mi piace la trippa fredda. Anche Alvaro e Fernando non sopportano la trippa fredda. E non c’é bisogno che fate i gradassi ora per trovare una scusa a non portarmi con voi.

Infine lo prego:

Non fatemi il solito scherzo di lasciarmi qui sul marciapiede la grossa tinca agonizzante per farmi precipitare fino a Rua Das Janellas Verdes a portarla al suo posto nel museo assieme ai suoi bizzarri compagni che la staranno di nuovo cercando. Non è il caso che io vada peregrinando trafelato nella notte piovosa di Lisboa, incontrandomi con quelle laide creature, liberate ancora una volta dalla loro segregazione storica e mentale. Come potrei evitare salendo su per la Alexandre Herculano la mandria dei grossi topi con le tuniche rosse, delle brocche di carne, dei veloci cani bipedi e alati. Come potrei sopportare nei recessi oscuri del Largo do Rato le agonie del Bambino senza corpo trafitto dalla spada sulla bocca, di quelle figure ormai non più umane risucchiate da vasi o con la testa trafitta da lame. Come potrei non ascoltare i bisbigli osceni dei vecchi deformi che si nascondono per l’avenida Alvaro Cabral. Comepotrei oltrepassare indenne i giardini da Estrela occupato dai cento demoni che non aspettano altro di pisciarmi addosso, trafiggermi, torturarmi, cuocermi in padella o chi sa che altro. E come mi orienterei nelle decine di strade che ci sono per la discesa fino al Tejo, come mi orienterei tra le decine di tentazioni e di allucinazioni e in quelle scene che si vedono oltre il fiume di villaggi in fiamme, di stagni putridi in cui annaspano povere creature ormai non più umane.. E poi una volta arrivato al museo non potrei mai entrare. Il mio biglietto lo ha quell’essere strano che é raffigurato nella tavola di sinistra in basso. E’ forse una figura umana che si muove sul ghiaccio con i pattini. E’  coperto da un mantello rosso, con in testa un cappello conico di metallo   e delle grandi orecchie di cane che gli pendono fino alle ginocchia. Sul grande e lungo becco ricurvo é infilato il mio lasciapassare.”

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3 - Da Arraiolos ad Arronches

Km 93

Dislivello + 912 mt


La mattina inizia con una buona salita, mi trovo bene a pedalare in questo ambiente, sono un gran signore. A Vimiero è tempo di liberarsi per sempre della mia Pentax, dei suoi obbiettivi, del formato Raw e di tutte le velleità da fotografo che mi ero creato da un po’ di tempo. Mi rimane il furbotelefono, ma farci le foto è un vero magone, non c’è il buco per guardarci dentro e vengono mosse. Sarei capace da solo di trovare l'ufficio postale ma mi piace chiederlo ai vecchi che siedono in piazza e mi aspettano per dirmelo:

“ Bom Dia! Onde se fica o Correio?”

Tutti indicano la via acciottolata e tutti mi dicono:

“È preciso para o senhor chegar pra cima desta rua, na primeira casa à direita.”

Con la fotocamera spedisco a casa anche un paio di pantaloni ed una giacca in evidente eccesso. Estremoz è al centro di un grande distretto di estrazione di un marmo saccaroide e bianco. Tutto è di marmo, anche le strade e i marciapiedi sono pavimentati con gli scarti della lavorazione. La città ha sempre avuto uno profilo aristocratico con in cima il castello bianco, le mura e la città bassa con il grande piazzone del mercato sopra le colline verdi dell'Alentejo.  Salgo subito verso il centro a ritrovare la piazza dove sul pavimento a mosaico di marmo chiaro e basalto scuro, a suo tempo, i miei figli piccoli giocavano per interi pomeriggi a "regola bianca e regola nera".  Piego decisamente verso nord per la IP2 che, a dispetto del suo nome da grande strada, si dimostra solitaria, anzi deserta e meravigliosa. Inizia una discesa e attraversa un territorio bellissimo fatto di blande colline di granito ammantate da pascoli smeraldini, punteggiate dalle querce da sughero bilobate e laghetti idilliaci con sopra corse di nuvole screziate di bianco e di grigio. Continuo con un bell' andare, a Monforte inizia a piovere gocce grosse, fino ad Arronches, il mio obbiettivo di oggi, sono solo 18 chilometri, ma saranno i 18 chilometri più bagnati della mia esperienza. Non sono servite a nulla le ghette e la giacca in gore-tex, i pantaloni Endura impermeabili  e il copricasco, ma la pioggia non è un cruccio, quello che mi dispiace è che in questo tratto l'Alentejo era ancora più bello del precedente con colli granitici più accentuati  e macchie boschive e non me lo sono goduto un gran che. Il maestro dell'albergo mi fa:

“O senhor passou por uma bela chuvada!”

Durante la notte continua a piovere alla grande, i miei fantasmi hanno avuto forse paura. Non si è presentato nessuno.



4 - Da Arronches a Caceres

Km 106

Dislivello +1.175 mt


Passo presto  l’ultimo bucolico borgo portoghese di Esperança. Il confine con la Spagna è meravigliosamente ancora perfettamente sotto il trattato di Schengen. Solo una targa con scritto Espanha, e basta. Poco più avanti l’ex gabbiotto delle due polizie di frontiera, delle dimensioni di metri 10 x 7, è abbandonato per sempre e transennato. Si capisce di essere là fora perché ci sono gli spartitraffico pitturati di azzurro e rosso e una folla di segnali stradali, anche inutili come lo stop per venire dal nulla. Lo Stato spagnolo era evidentemente più spendaccione, almeno nel recente passato di vacche grasse, quando sembrava che il progresso economico fosse vero e non dovesse finire mai. Erano più veloci loro a costruire autostrade e ferrovie che il signor Michelin a disegnarle sulle carte geografiche. Subito dopo il centro di La Cordosera la strada inizia a seguire verso oriente un corso d'acqua e la sua vallata, il paesaggio si allarga di colpo. Ho l'impressione che la Spagna sia più larga del Portogallo, molto più larga. Per raggiungere Albuquerque bisogna virare verso nord e arrampicarsi sopra un gradino a reggipoggio. La città non è brutta, ha il suo castello su in alto e le sue  strade medievali, ma piove e non è affatto elegante, gira per il centro gente troppo dimessa e automobili sgarrupate e poi mi scoccia non essere più in Portogallo. Esco verso nord in discesa e prendo a destra la carretera de Aliseda, 38 chilometri di perfetta ed assoluta solitudine fino ad Aliseda. Quest'ultimo borgo è più piccolo di Albuquerque ma altrettanto dimesso, mi dovrò abituare all'Extremadura e alla Spagna, non mi fermo, decido di andare, magari per arrivare fino a Caceres. Caceres è finalmente un luogo dove ci si può fermare. Torri ovunque e case torre e case fortezza e le dimore dei Conquistadores e chiese e conventi. Il sito, come recita l'UNESCO:  è cinto da mura, è ricco di palazzi in pietra che formano un tessuto urbano perfettamente conservato. Trovo dimora nel centro monumental al Parador nel palazzo dei Marchesi di Torreorgaz  Alla sera c'è una gran luna sopra le torri e sopra la Plaza Major stracolma di gente che aspetta una processione, un corteo, con in testa la banda e poi ragazze in vestito bianco, che si muove per il centro su percorsi segnati da un tappeto di rosmarino. Mi è andata di gran lusso, finalmente ho fatto pace con la Spagna in mezzo alla sua gente in festa, alle calde rocce, alla gigantesca luna e all'odore di rosmarino che racchiude quella splendida e calda serata estremenha.  

La notte mi fa visita Cees Nootebom, uno scrittore neerlandese che, da lupo solitario, ha girato tutta la Spagna con una precisione maniacale.

“Hola! Finalmente ti sei deciso di venire a Caceres! Aspettavi l'invito?”

“Hola! Cees. No non aspettavo l'invito. Sapevo da tempo che prima o poi sarei venuto, è che mi sono impicciato in altri interessi e che poi fare il lupo solitario dietro i Mozarabi e i Visigolti mi rendeva un tantino troppo lupo solitario.”

“Ah! Traditore! Poi ti ho visto a cena, perché non hai preso il Lagarto. Lo sai che lo mangiano anche i commissari di polizia e le persone di una certa levatura?”

“Ma sei fuori? Mangiare i lucertoloni di queste steppe estremenhe? Di estremenho ho provato una gran varietà di eccellenti formaggi di pecora e capra! E poi non la fare tanto lunga su quello che devo o non devo fare. Tu piuttosto quanto ti decidi a prendere il premio Nobel per la letteratura?”

“ Oh! Il premio Nobel, lo danno a Stoccolma, che ne sanno quelli dell'Estremadura. E poi ultimamente lo prende anche il gatto, forse è meglio non mischiarsi. Lascia perdere queste sciocchezze, piuttosto ti faccio una proposta  a cui non potrai dire di no. Fermati domani a Trujillo. Il suo centro murato è ancora più bello di Caceres, più roccioso, più turrito, con case fortezza più serie, con più conventi e Conquistadores più machos, ci sono nati nientedimeno che Francisco Pizzarro e Francisco de Orellana.”

“ Ma fino a Trujillo non sono nemmeno 50 chilometri? E che fine fa la media?”

“Ma sei scemo? Sei  un ciclista da corsa? O sei un viaggiatore in bicicletta? Dipende solo da te. Buenas Noches y Buen Viaje!!”

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5 - Da  Caceres a Trujllo

Km 49

Dislivello  + 547 mt


Scendo a piedi per le vie acciottolate e le scalinate del centro monumental. La Carretera del Estado 521 è graziosamente a favore dei ciclisti, nelle rotatorie, le glorietas, sono previsti dei percorsi per le biciclette e continui segnali invitano gli automobilisti a lasciare almeno 1,5 metri tra loro e il ciclisti. Dopo il campus universitario dell'Estremadura la carretera si sdoppia: quella a quattro corsie diviene Autovia, vietata alle bici, l'altra a due corsie è la statale normale, poi tra le due nasce una pista ciclabile di liscio asfalto colorato di rosso e spartitraffico centrale. La ciclabile finisce, la vecchia statale si allontana dall'autostrada. Il paesaggio dell'Estremadura è un largo nulla ondulato con al centro la sottile linea della strada che cavalca lunghi dossi con centinaia di continue salitine e discesine. La monotonia è la chiave di lettura di questo andare, e ancora non è niente! Non si riesce a puntare un riferimento nel paesaggio, non si riesce a definire un obiettivo da raggiungere. Si è soli con la bicicletta in mezzo alla prateria mediamente coltivata a grano o a foraggio. Pochi camion e poche auto passano e salutano. Non un pedone, non un ciclista, un somaro, un carretto, nessuno in giro. Le strade albanesi sono molto più socializzanti di questo nostro occidente europeo. Il cielo è fortunatamente pieno del volo delle cicogne e quasi ovunque vengono piantati gran pali per permettere loro di nidificare. Ogni tanto lontani greggi di pecore e più vicini gruppi di bovini stanno chini sulla prateria. A destra della salita che conduce a Trujillo almeno una trentina di bovini di un uniforme color marrone al mio passaggio mi seguono contemporaneamente con lo sguardo, alcuni di loro lasciano perdere di giocare con la cicogne per seguire il mio lento andare in salita. É veramente una situazione singolare osservare tutte quelle facce lunghe e quegli occhioni neri che ruotano lentamente per continuare a guardare me. Chissà se le cicogne se la sono presa.?  Arrivo a Tujillo bassa che non mi pare un gran che. Ma non posso davvero rifiutare la proposta di Cees. Mi fermo ad un incrocio e chiedo ad un ragazzo seduto dentro la sua automobile ferma a bordo strada.

“Dov'è il Parador?”

Lui è molto preciso:

“Vai su alla città vecchia fino a Piazza Major poi per almeno 150 metri sulla destra fino ad una plazuela e poi ancora a destra fino al Convento de Santa Clara”.

Lo ringrazio con calore:

“Muchas gracias!

E lui, ancora:

“ De nada Caballero. Vaya con Dios!”


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6 - Da Trujllo a Guadalupe

Km  78

Dislivello  + 971


Appena uscito dalla città il paesaggio si fa mosso e vario con colline e lontani monti. Si susseguono ai lati della strada dei borghi isolati: Pago de San Clemente, Erguijela, Conquista della Sierra. A Zorita, città più grande, mi fermo per comprare il pranzo, poi un bellissimo percorso ondulato mi conduce a Logrosan, con la sua miniera abbandonata di fosforite e poi la via verde, una magnifica pista ciclabile di 58 chilometri che si imbosca tra le alture a nord. Canamero è in montagna, in cima ad una lunga salita, segue una gran discesa dentro una gola rocciosa e la nuova salita fino al passo e  una nuova discesa ed una nuova salita fino a Guadalupe. Guadalupe è un piccolo villaggio di montagna che a causa di un preesistente sito di venerazione alla grande madre e poi alla Madonna Nera e ad una battaglia vinta dei castigliani sugli invasori berberi, per volere della Madonna Nera in persona, si trova per caso attorno ad un esagerato monastero fortezza costruito in un singolare stile mudejar-gotico-militare, il Real Monasterio de Nuestra Señora de Guadalupe. Iniziato dal re Alfonso XI nel 1340 e ingrandito e rimaneggiato con i proventi dell’impero americano e delle migliaia di pellegrini che vi giungono ancora oggi da tutto il mondo ispanico. Nel 1531 la Madonna Nera appariva nuovamente in Messico, e il culto divenne emblema della Hispanidad globale. In questo periodo non c’è veramente gran ressa di pellegrini ma, non trovo posto al Parador e manco a farlo apposta mi fermo all’hotel Hispanidad.

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7 - Da Guadalupe a Oropesa

Km  88

Dislivello  + 962 mt


Ieri sera ho discorso molto col maestro dell'albergo se per andare verso Toledo sarebbe stata meglio la strada per Alia e il Puerto de San Vicente verso est o continuare per la carretera de montana che da Guadalupe va verso nord, valica il passo e scende nella valle del Tajo. Nel primo caso, prima si scende e e poi si sale di nuovo fino al passo, la salita è tosta ma c'è la pista ciclabile e poi la salita è finita. Nel secondo c' è subito la salita, poi discesa e percorso vario e infine una discesa ripidissima fino al grande lago artificiale. Ci sono due grandi problemi alla base del nostro discorso, è in castigliano e con un automobilista per cui le sue “Cuestas” sono molto diverse dalle mie “salite”. Non ho voglia di perdere energia scendendo a valle, sono già a 700 metri, scelgo la carretera de montana. Parte con l'8% e tiene la stessa pendenza, sotto una pioggia lenta e noiosa, fino al Collado dell'Hummiladero. Sono nel cuore delle montagne della Villuerca, da qui sarebbe agevole raggiungere la punta più alta e vagamente rocciosa a 1601 metri,  il Risco de La Villuerca. Scopro che tutto il massiccio è costituito da una grande sinclinale del Paleozoico formatasi durante l'orogenesi Ercinica. C'è gente in giro con zaini, scarponi da montagna e calzoni di velluto. Già ieri in paese, a Guadalupe, mi ero accorto della presenza di negozi che vendevano alpenstok e cappelli di feltro come se fosse Courmayeur, per la mia esperienza, un tantino esagerati ma qui non hanno né Cervini, né Gran Paradisi, né Pelmi né Civette e si accontentano. In discesa è comunque un freddo gatto, continua a piovere, mi sono messo addosso tutto l'armamentario a disposizione: la maglietta Xbionic, la maglia da ciclista a maniche corte, la maglia di lana, il piumino  e la giacca impermeabile in gore-tex. Sembro l'omino della Michelin. La strada segue il corso del fiume Ibor, quando se ne discosta cessa la discesa e iniziano anche le salite, passo i paesi di Navalvillar de Ibor e Castanar de Ibor. Arriva poi, secondo me in ritardo, la discesa a rompicollo, velocissima ma esageratamente corta. Passo il Tajo che a est si allarga in un piccolo mare interno, a Peraleda de la Mata era mio obiettivo prendere la piccola strada CC120 per raggiungere l'Autovia de Extremadura, l'A5. Non faccio in tempo a fermarmi che mi chiedono dove devo andare e se ho bisogno di aiuto o di bere, magari una copa de vino tinto. Mi accompagnano prima a piedi e poi con l'auto, loro avanti e io dietro, ultimamente mi succede spesso. La piccola CC120 finisce direttamente dentro l'autostrada, mi fa un tantino strano, torno indietro sulla rampa di immissione, non mi ero accorto del divieto per le biciclette e infatti non c'è. La via de servicio è sterrata e piena di grandi sassi, decido di fare l'Autovia. Non c'è gran traffico.

“E quando mai?”

Il vento a favore mi fa andare alla grande, il paesaggio non è quello stepposo dell'Estremadura dei giorni scorsi, è tutto ben verde, punteggiato di alberi, con i bassi Montes de Toledo a sud e le cime nevose della Sierra de Gredos a nord; arrivo presto a Oropesa. Il Parador e sù al castillo in un grande, bello e antico edificio in calda pietra dai tanti e alti camini. Tutti sono impegnatissimi per un matrimonio, con gli invitati tirati ad una eleganza formale che i cavalieri sono Hidalgos de Castilla e le le ragazze sembrano uscite dalle Meninas di Velasques del Prado.


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8 -Da Oropesa a Toledo

Km  112

Dislivello  + 964 mt


Al mattino, a colazione incontro una coppia di americani del New Jersey vestiti da ciclisti. Partiranno di lì a poco per un tour organizzato con delle Giant da trekking. La loro guida spagnola, mi riconosce, mi aveva già visto al Parador di Caceres. Riprendo tranquillo l'autovia A5, questa volta il vento non è favorevole affatto ma il traffico è scarso come ieri. Talavera de la Reina è una città grande, moderna con alti palazzi. Poi il percorso rientra nella larga valle del Tajo, ma il fiume sembra che non ci sia, c'è solo la solitudine stepposa e quasi interminabile della Mancha. Toledo è finalmente un salvifico miraggio urbano. La città è bellissima, signorilmente abbarbicata sopra la penisola rocciosa circondata dal Tajo, in questo periodo riccho di acque veloci. Toledo fu la capitale dei Visigoti che soccombettero, effimeri, all'invasore soprattutto per le faide interne e la ridicola gestione dello Stato, ma lasciarono delle tenerissime tracce nell'arte europea. Toledo fu il centro culturale dei Mozarabi. Popolazioni cristiane, incluse nel territorio a controllo islamico, che avevano la loro autonomia e crearono un singolare sincretismo, nella lingua, nell'arte, nella religione e nella vita, tra noi e loro, tra questo e quello che, ora, in questi tempi di assolutismo e stupidità ci sarebbe di grande aiuto. Il rito cristiano mozarabico trae origine dalla liturgia visigotica e da influssi orientali ed il suo centro di irraggiamento fu da sempre la catedral Primada de Santa María de Toledo (la stessa della santa romana chiesa)  dal quinto secolo fino ad oggi passando per un lungo periodo di divieto e di persecuzione dal tempo del papa Gregorio VI, e fino alla tardiva riabilitazione del papa  polacco che il 28 maggio 1992 celebrò la messa secondo il rito mozarabo e lo permise in tutta la Spagna (previa autorizzazione dei singoli vescovi). A Toledo mi chiama anche Domínikos Theotokópoulos, pittore di Creta, ma divenuto poi spagnolo con il nome di El Greco. Non avevo mai pensato che il suo El intierro del conte de Orgaz nella chiesa di Santo Tomè fosse un segreto mio e di Cees Nooteboom, ma che ci fossero in fila corriere e corriere di giapponesi mi è parso un tantino esagerato.


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9 - Da Toledo a Tarancon

Km  120

Dislivello  + 857 mt


Dal Parador, sulla cima del colle a sud del Tajo, si ha una grandiosa vista della città. Al mattino parto presto, è freddino. Imbocco la carretera N 400 per Arajuez che oercorre la vallata del Tajo, dopo una trentina di chilometri mi stufa, prendo la CM 4004 verso nord, ci dovrebbe essere un camino natural proprio sul bordo sinistro del fiume. Non lo trovo, arrivo al ponte sul Tajo, torno indietro, forse il camino è mimetizzato tra le cave di breccia, vado tra i grandi camiones della cava. Mi dicono:

“ Per Aranjuez devi risalire sù fino alla carretera.”

Insisto, mi indicano il precorso per il camino natural del Tajo. E' un percorso sterrato e sassoso fino al villaggio di Las Infantas, poi diviene di brutto asfalto e  quindi strada normale. Dopo Aranjuez, verde ed elegante, inizia il percorso dentro la Spagna vasta e polverosa con paesi lontanissimi e come dice Miguel de Cervantes:

“Borghi della Mancha di cui non mi voglio ricordare il nome.”

Dopo Ocana la Spagna diventa troppo larga, addirittura infinita.


“...l'apparenza delle cose come vedi non m'inganna

preferisco le sorprese di quest'anima tiranna

che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti...”


Don Chisciotte – F. Guccini


Mi tocca procedere lento in compagnia di un magro Hidalgo de Castilla sopra un più magro ronzino, cane al seguito e il suo scudiero. Arrivo a Tarancon di nuovo solo, come se fossi un navigatore a vela, solitario, che ha attraversato il Mare Oceano. La notte il mio fantasma stavolta arriva puntuale.

“E cosa ti credevi pulcino? Di essere ancora nel tuo minuscolo e verde Portogallo dove nemmeno le palle di biliardo riescono starci dentro ma cadono nel mare d' acqua? Qui siamo nella Mancha, mare di terra.

Mal gliene incolga a chi viene senza essere preparato!

Ti presenti qui con l’aereo e con una piccola bicicletta arancione e vuoi attraversare tutte le Spagne. Le Spagne sono i regni più grandi del mondo. Ma come ci pensi?

Non hai storia, non hai testa, non hai sangre, non hai onore.

Tu es un hombre sem honra!

Sono sorpreso, non mi aspettavo questo tizio grosso e barbuto con la voce bassa e arcaica, semmai i miei ultimi compagni di viaggio.

“Ma chi sei?”

“Yo soy Dom Juan, emperador de todos los reinos del mundo!”



10 - Da Tarancon a Cuenca

Km  79

Dislivello  + 865 mt


Dopo Tarancon la musica in parte cambia, si sale in alto e da nord arrivano lontani profili di monti azzurri, ai bordi del percorso vegetazione e alberi. Cuenca è in un sito magnifico, una città verticale arroccata su una lama di roccia tra il fiume Jucar e il torrente Huecar, con belle costruzioni in pietra una cattedrale di un gotico francese, una strana fissazione per l'arte modena e le case colgadas appese alle rocce verticali e protese nel vuoto.

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11 - Da Cuenca a Villargordo del Cabriel

Km  120

Dislivello + 1.472 mt


Oggi ci sarà il punto più alto di tutto il percorso, il Puerto de La Tòrdiga a 1200 metri di altezza, dopo fino a Valencia sarà tutta discesa.

“Nemmeno a pensarci!”

Il passo è frammentato in diversi colli tutti uguali, poi la strada scende un poco, rimane sui mille metri ma questa volta, si pedala in mezzo a bei boschi di conifere odorose, almeno fino a Amodovar del Pinar. Da qui sarebbe stato meglio passare per Motilla del Palacar, più cosmopolita e con percorso più agevole, invece vado  dritto per una strada in salita fino alla cima del colle con tanto di antenna televisiva e giungo a Campillo de Altobuey, altro perfetto villaggio della Mancha, piantato dentro una larga plaga di terra rossa, degno di Chisciotte e Sancho Panza. Si alza il vento, passo Puebla del Salvador e Miglanilla, poi la strada si inabissa in fondo ad una valle con tanto di lago artificiale e gallerie per poi risalire. La pendenza non è seria ma sono cotto, scendo e spingo la bici sotto gli occhi comprensivi degli operai della manutenzione delle strade che giustificano graziosamente la mia disfatta:

“A carretera tem muchas cuestas!”



12 - Da Villargordo del Cabriel a Valencia

Km  111

Dislivello  + 545 mt


L’ultima tappa, quasi tutta in discesa, mi riserva delle sorprese. Dopo Requena il percorso, vario e movimentato, si infila tra verdi montagne ricche d’acqua fino a sfociare nella piana di Valencia, prima coltivata intensivamente a frutteto e poi utilizzata  da capannoni industriali e grandi strade e autostrade. L’arrivo non è dei più felici. Un vento freddo e sostenuto viene dal mare e si infila per le strade della grande periferia, il percorso fino al centro è abbastanza elaborato, la città non non mi piace, ha semafori lentissimi ed un traffico ingessato, e poi mi infastidisce la doppia lingua.

Anche il Valenciano è una lingua?”

Ormai basta essere quattro gatti e decidere di cambiare un accento qua là, di mettere ogni tanto una X dentro il discorso che la lingua è fatta e protetta dalle leggi. O forse sono io che sono un poco scornato in questa fine del viaggio. E sì. Basta! Il viaggio è finito. Si è fatta l'ora di tornare a casa velocemente.

"Si fa per dire."



Note sul ritorno a casa


In Spagna forse, per i treni da biciclette sono messi peggio di noi. Da Valencia a Barcelona trenes de media distancia o regionales ce ne sono solo tre al giorno. Per fare prima (quando si torna a casa prima si fa, meglio é) noleggio alla Europcar una SEAT Ibiza SW, devo raggiungere il porto di Barcellona dove mi imbarcherò per Civitavecchia. In autostrada vado via comunque veloce. Raggiungo presto la Catalogna dove tutto gronda quel ridicolo isolazionismo in cui si stanno cacciando o che stanno cercando dei pessimi politici per garantirsi la paga e la pensione.  Mi sembra ridicolo il loro “protostato” a partire dalla loro ridicola puntuta e sgraziata lingua, dalle loro radio: CATinformaciò, CATmusica, CATdiquà, CATdilà, dalla estrema e fastidiosa parcellazione delle autostrade che si pagano ogni 15 chilometri e dal loro ridicolissimo suffisso CAT in internet. Barcellona è una grande città del sud, mediterranea, ma si crede chissà in quale autonomo e felice Nord con la sua polizia “privata” Mossos d'Esquadra dalle nere e fasciste divise.

"Via! Via!"

Scappo in Europa ed è una cosa immediata e facile. Al terminal della Grimaldi Lines tutti sono allegramente di Castellamare di Stabia. A Civitavecchia non mi resterà che prendere poi il treno per Roma e quindi quello per Chiaravalle. L'imbarco è in ritardo, mi amalgamo a gran chiacchiere di viaggi con i motociclisti che tornano dal deserto del Marocco o dai Pirenei. Mi fanno una grande accoglienza.

“Abbiamo tutti due ruote! Siamo fratelli di viaggio.”

Io sapevo di essere considerato motociclista. Già all'atto della prenotazione ho dovuto inserire la marca, il tipo e la targa della mia bike (se no non mi facevano il biglietto):

SALSA - VAYA – XX.

La scena si fa un tantino singolare quando si tratta di entrare dentro la nave. C'è la chiamata per le moto che dovranno seguire l'auto della sicurezza con le luci lampeggianti. Io sono il primo a seguirla, a pedalare fitto fitto, davanti a gigantesche e potentissime Honda Gold Wing, BMW da enduro e KTM da 900 cc. La nave è stracolma di gente, camionisti e scuole in gita di tutta Europa: da Perugia, a Napoli, all’Andalusia fino a Belgrado.



COMMENTI

Andrea Agostini
Scritto il 06 Giugno 2016
Ciao Corrado Non mi è sempre facile giustificare completamente la mia infatuazione per l’ambiente lusitano e motivare i miei continui viaggi in Portogallo, almeno 25 nell’arco di un decennio, dapprima con moglie e figli e poi da “lupo solitario”. A chi mi chiedeva del perché a volte rispondevo che era come tornare a casa o ritornare a giocare sulla strada come quando ero bambino, a volte che ci si vive in un' eleganza antica e intimamente gratificante, che quella lingua è meravigliosamente fluente e chiusa e che i portoghesi sono come me, un tantino musoni. A volte dicevo che andavo a cercare l’aria dell’Oceano o gli interminabili tramonti sfrangiati d’infinito, altre che andavo a saccheggiare, per quanto a me possibile, la mente di Fernando Pessoa, acutissimo e profondissimo distillatore dello spirito lusitano. Facendo comunque una somma: da subito, da appena arrivati, con qualsiasi mezzo, aereo, automobile, treno, autobus o bicicletta... Ci si sente dei gran signori Questa sintonia di sensazioni e di pensiero nei riguardi di quelle amatissime terre mi provoca una grande gioia e gratitudine. Muito obrigado Andrea

Corrado
Scritto il 06 Giugno 2016
Giorno 3 – da Arraiolos ad Arronches: “la mattina inizia con una buona salita, mi trovo bene a pedalare in questo ambiente, sono un gran signore”. Per Arronches ci sono passato anch’io, ero partito di buonora la mattina da Elvas ed ero diretto a Castelo Branco. In momenti distinti abbiamo quindi visto un po’ gli stessi posti, pur se con altri occhi ed accompagnati probabilmente da emozioni diverse. Ma sentirsi “signore” a pedalare in un certo ambiente è una sensazione che ci accomuna e che capisco molto bene. Dal momento in cui ho montato la bici all’aeroporto di Faro fino ad arrivare a Lisbona dopo essermi girato praticamente tutto il Portogallo, ho sempre ininterrottamente pensato “mi sento un gran signore”. Ancor più della lingua, che adoro, dev’essere l’atmosfera di ciò che ti circonda. Pedalare in un ambiente dove ci si sente bene “dentro” è un qualcosa di assolutamente impagabile, spesso difficile da decifrare.

Andrea Agostini
Scritto il 25 Maggio 2016
Ciao Sonia Benvinda nella Saudade de il Cicloviaggiatore.

sonia (babusce)
Scritto il 24 Maggio 2016
cribbio che nostalgia!

sonia (babusce)
Scritto il 24 Maggio 2016
cribbio che nostalgia!

sonia (babusce)
Scritto il 24 Maggio 2016
cribbio che nostalgia!

sonia (babusce)
Scritto il 24 Maggio 2016
cribbio che nostalgia!

Aldo
Scritto il 18 Maggio 2016
Bravo Andrea! Bel racconto anche questa volta! Sulla strada eri da solo a pedalare, ma di notte avevi un sacco di illustri personaggi che ti facevano compagnia intrattenendoti a chiacchierare! Non è da tutti... A me, per esempio, non è mai capitato! ;-)

Andrea Agostini
Scritto il 15 Maggio 2016
Grazie Corrado. L'approvazione di un grande frequentatore del “Mundo lusitano” globale mi fa un immenso piacere. Muito obrigado. Ciao Ciao Andrea

Corrado
Scritto il 15 Maggio 2016
Bel racconto, mi è piaciuto moltissimo, hai saputo ricreare con raffinata eleganza una rara e inconfondibile atmosfera, quella lusitana in particolare. In Portogallo la prossima volta occhio alle strade classificate IP-Itinerario Principal, sono vietate alle bici, equiparate a tutti gli effetti alle "autovias". Le IC-Itinerario Complementar come le statali, e ovviamente tutto il resto, sono totalmente libere. Io con i motociclisti ho avuto sempre solo problemi. All'imbarco per un ferry in Brasile, ricordo che il fatto che io fossi nella loro stessa fila li aveva indispettiti !!! Comunque bel viaggio, complimenti.

Corrado
Scritto il 15 Maggio 2016
Bel racconto, mi è piaciuto moltissimo, hai saputo ricreare con raffinata eleganza una rara e inconfondibile atmosfera, quella lusitana in particolare. In Portogallo la prossima volta occhio alle strade classificate IP-Itinerario Principal, sono vietate alle bici, equiparate a tutti gli effetti alle "autovias". Le IC-Itinerario Complementar come le statali, e ovviamente tutto il resto, sono totalmente libere. Io con i motociclisti ho avuto sempre solo problemi. All'imbarco per un ferry in Brasile, ricordo che il fatto che io fossi nella loro stessa fila li aveva indispettiti !!! Comunque bel viaggio, complimenti.

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