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TUTTA LA PUGLIA

2012

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Scritto da Andrea Agostini Lunedi, 21 Maggio 2012
Ultimo Aggiornamento: Lunedi, 24 Dicembre 2012

Viaggio di pianura dal Gargano al Capo Santa Maria di Leuca passando per Canosa, le Terre di Bari e Otranto, inseguendo i fantasmi della storia, tra gli odori e i sapori e la gente del nostro imperdibile Sud Est.

DATI
Partenza Aprile 2012 Giorni pedalati 7
Km. pedalati 602 Viaggio in solitaria SI
Sterrato 0-25% Presenza di bambini NO
Dislivello 5000-10000 Pedalato in
Stati interessati Sistemazioni utilizzate
Soci partecipanti Andrea Agostini
DIARIO

E il più grande conquistò nazione dopo nazione
Ma quando fu di fronte al mare si sentì un coglione
Perché più in là non si poteva conquistare niente
E tanta strada per vedere un sole disperato
E sempre uguale sempre come quando era partito

Roberto Vecchioni – Stranamore – 1978


E mentre si voltava indietro
non aveva niente da vedere;
e mentre si guardava avanti
niente da voler sapere;
ma il tempo di tutta una vita
non valeva quel solo momento...

Roberto Vecchioni – Alessandro e il mare - 1989


TUTTA LA PUGLIA

Viaggio di pianura dal Gargano al Capo Santa Maria di Leuca passando per Canosa, le Terre di Bari e Otranto, inseguendo i fantasmi della storia, tra gli odori e i sapori e la gente del nostro imperdibile Sud Est.

Traccia del percorso:http://bikeroutetoaster.com/Course.aspx?course=485485

1 DA TERMOLI (CB) A SAN MARCO IN LAMIS (FG) KM 79

Il viaggio in treno questa volta è stato senza problemi. Solo mezz'ora di ritardo. Sono salito alla stazione di casa alle 7.14 e sono arrivato a Termoli (oltre solo alcuni possono andare...) alle 11 e mezzo. Conosco la città esco presto per il lungomare sud e arrivo alla SS 16 per Campomarino Lido. Il Molise è solo di passaggio, aspetto la Puglia. La prima sensazione di questa Puglia è l'odore di anice (quello del Pernod, del Pastis o della Sambuca) che aleggia persistente dentro un vento discreto. La strada non è molto trafficata, agli incroci ci sono gruppi di “amiche di strada”. Il ciclista è lento le può osservare e sentire bene. Parlano e scherzano tra loro e sentono la musichetta dai telefoni. Hanno le voci da bambine, più bambine di mia figlia. Avranno sedici anni. Sono nerissime dell'Africa, o bianchissime dell'Europa dell'Est. Si muovono strane dentro le minigonne e sopra quei tacchi sottili e sandali alti. Più avanti, dall'altra parte della strada, una sta scendendo impacciata dalla cabina di un camion in sosta. Penso tristemente che ancora il nostro paese è intimamente immerso nel “Puttanesimo Sovrano”.
Abbandono la SS 16 per una debole discesa verso Poggio Imperiale e Lesina. Mi fermo sul lungolago a paperelle e gabbiani per il pranzo che mi ero portato da casa. Proseguo per una solitaria stradina che costeggia a nord la veloce statale. È piena di verdura di ogni sorta caduta dai carri. Poco prima di Masseria San Nazzario piego a sud per una leggera salta verso Apricena che raggiungo travolto dagli odori di finocchio selvatico, di aglio e di “tutte le erbe per l'arrosto”.
Ad Apricena inizia la provinciale Pedegarganica. È chiusa al traffico normale, sono ammessi solo i bus di linea e frontisti, credo di poter passare anch'io con la bici. All'inizio manca l'asfalto e ci sono delle deviazioni ma non è un problema. Dopo un poco il nuovo fondo è costituito da un breccione sciolto di ciottoli appuntiti, alcuni grandi come gatti. L'andare è un lento serpeggiare, vibrare e sprofondare. Il dramma finisce poco prima della stazione ferroviaria di S. Marco in Lamis. Inizia una normale strada statale in salita verso est e il cuore del Gargano. Percorro un vallone con alte colline a nord e a sud: chiazze di boschi verde scuro e di prati smeraldini con dentro placide mucche al pascolo con tanto di campanaccio sonante al collo che sembra di essere in val di Funes e non in provincia di Foggia. Poco prima del paese sulla sinistra un cartello mi propone: accoglienza pellegrini, raccoglimento e riposo spirituale. Mi fermo per dare un'occhiata. La facciata della chiesa del XVI secolo è di una bella pietra calda, più in la il convento è rimesso a nuovo, nel parcheggio ci sono molte auto tra cui una Jaguar e una grande AUDI. Magari è un luogo dove vanno a imboscarsi i ricchi stressati dal loro duro lavoro nel mondo duro. Entro lo stesso. Sarà quello che deve essere.
“ Sei Pellegrino?”
Sono sulla via longobardorum del pellegrinaggio alla grotta di San Michele Arcangelo a Monte S. Angelo. Nel VII secolo venne in quella grotta per aiutare i buoni a vincere una guerra contro i cattivi. Da quel tempo il luogo attira migliaia di pellegrini, primi i crociati che si sarebbero imbarcati nei porti pugliesi per andare a Gerusalemme ed ora anche per Padre Pio.
“No. Sono ciclista.”
“Va bene lo stesso. Abbiamo posto. Sono ciclista anch'io".
"Ho una bici da corsa una Bianchi”.
Dei ciarlieri ragazzi che gestiscono il convento mi accolgono molto affabilmente tanto che mi ritrovo per cena, alle otto e mezzo, a mangiare con loro direttamente sopra il banco di acciaio inossidabile vicino ai lavelli. Il convento ha due chiostri, il più grande contiene un arco da pozzo rinascimentale e al tramonto la cupola a righe orizzontali di ceramiche gialle e verdi è veramente idilliaca.
La colazione del mattino la faccio di nuovo in cucina. Il Capo era stato perentorio:
“Domattina alle otto e mezzo la colazione qui da noi, in cucina”
Non ho mai incontrato quelli della jaguar e della audi come quella del trota. Ho pagato 35 euro e mi hanno regalato anche una bottiglia di acqua minerale per il viaggio.
“Grazie”.

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2 DA SAN MARCO IN LAMIS (FG) A SIPONTO (FG) KM 75

La salita fino a San Marco in Lamis, è piena di ciclisti che mi superano. Tutti salutano festosi, alcuni si informano del mio viaggio, mi danno consigli.
“Se vai fino su a Sant'Angelo stai attento che a San Giovanni piove, è una nuvola passeggera ma ti conviene fermarti a Borgo Celano, poco sopra San Marco e San Matteo.”
E' molto preciso, conosce perfettamente il microclima del Gargano e accorcia, da antico sapiente, i nomi dei paesi lasciando solo i santi, togliendo Monte, Rotondo e in Lamis.
Poco dopo percepisco quale sarà il nemico primario di questo viaggio: non i cani, non i cinghiali non i tamarri come nei precedenti ma i “motociclisti da corsa”
Non amano la mattina presto, si svegliano tardi, e percorrono a stormi di quattro cinque a velocità assurde la salita. Li sento molto sotto di me con i loro imballati motori. Passano vicinissimi, affrontando le curve malamente appollaiati di fianco alla moto, quasi sull'asfalto. Sono decine e decine tutti uguali a scannarsi in questo “Gran Premo dell'Imbecille”. Ogni passaggio è una lotteria:
“Mi avrà visto? Così intontito dalla velocità e da dentro la tuta nera con stampata quella faccia triangolare rossa da diavolo cattivo. Mi avrà visto che sono così lento? Ho i pantaloni rossi e la maglia gialla!”
E cosi ogni volta. E poi... Aspetto che passa il prossimo. E la forza pubblica dov'è? Questi banditi si fanno impunemente gioco di almeno 100 pagine della Gazzetta Ufficiale. Sarà così fino in cima. Questa è una salita particolarmente ambita come quella di Bocca Serriola e Bocca Trabaria nelle Marche o come il passo della Calla tra Toscana e Romagna.
Arrivo intanto a San Marco. Il ciclista di prima sta tornando indietro e mi fa
“ La nuvole è passata. Puoi andare!”
“Grazie!”
Dopo Borgo Celano la strada va in discesa dentro la conca carsica su cui è costruita San Giovanni Rotondo, la città di Padre Pio ora San Pio. Fatima “le fa un baffo”, sembra un villaggetto disperso in Estemadura, Anche Loreto diventa un posticino per pochi intimi al confronto. Già prima di arrivare incrocio molte corriere piene di anziani con accanto all'autista il prete al microfono, poi è il momento delle grandi rotatorie con addetti che dirottano gli autobus e le automobili ai check point obbligatori e grandi spianate colmi di autobus. Lungo la strada per il centro, se c'è ancora, alberghi più che a Rimini, uno ogni cinque giri di pedale sia a destra che a sinistra e una selva di cartelli ne indicano altri nelle strade laterali. É un lusso sfrenato, un firmamento di stelle, piscine, l'eliporto per chi è tanto importante o ha molta fretta. É tutto dorato, lucido, nuovo, metallico, lineare, spigoloso. Arriva infine il centro pedonale; ci sarà stata forse della gente normale e un paese normale forse, ma mi ero già stancato di quel mercato dei miracoli. Sono fuggito via. Fuori del mercato dei miracoli il mondo torna normale. Percorro in leggera discesa e in pianura una magnifica plaga attorniato da verdissime coline e mucche al pascolo. Poco dopo Masseria Tornello in cima alla salita, per evitare un'ennesima discesa e la successiva salita mi faccio convincere dal cartello che indica un percorso ciclistico per Monte Sant'Angelo, lungo solo 6,2 chilometri, che promette di rimanere in quota. Inizia con una stradina brecciata con alcune brevi salite, poi si fa rocciosa con le bancate calcaree che escono dal terreno. Con la bici non ammortizzata e pesante ho qualche problema. Medito già da ieri di prenderne una più comoda. Vado avanti piano fino a quando la strada si fa di terra e scende verso una valle profonda. Oltre un fosso due o tre cani mi abbaiano da lontano, ma sono oltre il fosso. Continuo, la discesa si fa sassosa e ripida, passa entro un agglomerato di capanne e auto abbandonate. Sento abbaiare grosso da dietro la curva e subito dopo escono i classici grossi pastoracci bianchi che mi vengono addosso. Si risveglia l'atavico terrore e il ricordo dell'anno scorso mi serpeggia per la schiena. Ci sono cascato di nuovo.
Scendo, metto la bici tra me e loro. Si fermano ma continuano ad abbaiare e a ringhiare.
Gli urlo contro:
“ Me ne vado. Vado via”.
Provo a fare qualche passo ma loro mi vengono dietro. Mi fermo di nuovo e loro si fermano. Ripeto la tecnica per cinque o sei volte finché sono fuori della loro area. Torno indietro fino alla strada asfaltata e mi butto contento nella discesa a 50 km/h. Poi la salita sarà bella. Meglio un sano 7-8% di pendenza che morire morsicati in mezzo alla macchia garganica. La salita è una lunga zeta a due tornanti nella ripida scarpata a reggipoggio sul lato nord della bancata calcarea. Avvisto prima il mare giù a sinistra poi il paese appiccato proprio in cima alla cresta. Oltrepasso la roccia su cui è costruito il castello e lascio la bici proprio addosso al recinto del complesso della basilica di San Michele Arcangelo. L'omone che sta li seduto, una sorta di Mangiafoco di Pinocchio, mi fissa con un'occhiata di veloce contratto:
“Vai tranquillo te la guardo io la bicicletta.”
La grotta del miracolo è giù sulla parete del monte. Ci si arriva con una lunga scalinata coperta da una piazzetta varcando una facciata neoclassica. La chiesa l'ha fatta costruire quell'antipatico di Carlo d'Angiò dopo che in combutta con il papa Innocenzo IV aveva fatto fuori l'imperatore Federico II. Il nuovo re di Sicilia vedeva di buon occhio un maggiore afflusso di pellegrini e soldati dalla Francia e dal Nord Europa, sicuramente più cattolici dei pugliesi ancora peccaminosamente immersi delle eresie di Federico e ancora memori del cristianesimo bizantino. Gli è venuta comunque bene con una parete direttamente poggiata sulla roccia e, dall'altra parte, su un poderoso bastione fondato nel nulla giù nella valle. Riemergo nella piazzetta e nel corso pedonale con lo strano campanile ottagonale. Su per la strada del castello tanti neri espongono la loro mercanzia sul marciapiede e parlano tra loro in lingue cristalline e scoppiettanti. Prendo un grosso panino con salame piccante e caciocavallo ma lì in cima c'è vento freddo. Mi imbosco nei vicoletti bianchi e calcinati e mi lascio affascinare dalla “Tomba di Rotari”.
Quando esco, all'entrata una coppia di turisti del basso veneto discute in dialetto se vale la pena di pagare il biglietto (60 centesimi) e se entrare nell'adiacente chiesa di un classico romanico pugliese.
Lui alla fine sbotta:
“Cossa vuto che ghe sia là dentro! E la ciesa l'è sarà!”
Lei di rimando:
“Chiedeghe a quel mona coe braghe curte che l'è apena scapà”
Lui obbedisce pronto:
"Cosa c'è dentro?”
“É un battistero del millecento: c'è una vasca sul pavimento, le pareti sono traforate da bifore gentili che rendono l'ambiente e la cupola luminosissimi. La ciesa de Santa Maria verse ae quatro.”
Rimane sorpreso:
“Can de l'ostrega, de dove sito ti?”
Lascio il paese e una ripida discesa a tornanti mi fa arrivare veloce e Manfredonia che attraverso ballando malamente sulle grandi pietre calcaree del centro, lambendo il castello svevo. Mi fermo sul lungomare di Siponto, tra case per le vacanze, sabbia e pineta.

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3 DA SIPONTO (FG) A CANOSA (BT) KM 78

Vado avanti per la stradina della spiaggia ma affondo nella sabbia, mi sposto un poco all'interno, seguo un bel percorso tra la statale e il mare. È una pianura palustre con fossati di scolo e canali e ponticelli e chiuse. Su quello a destra della strada sta navigando una barca piatta a motore con due uomini sopra con tanto di cuffia alle orecchie. L'odore di sabbia e stagno mi fa ritornare alle barene della laguna di Venezia. In fondo perfino una grande idrovora che getta acqua nel canale più grande e in mare: “El Machinon” dei racconti di mia nonna Teresa. Seguo la provinciale, scavalco il fiume Candelaro: ancora stagni e canali, grandi piantagioni di aglio che permea l'aria, verso il mare cartelli che invitano a resort club ecc ecc. Nei pressi di Zapponeta la strada non è buona, poi sulla destra i grandi specchi di acqua delle saline di Margherita di Savoia. Oltre Torre Pietra costeggio per chilometri una pista ciclabile fatta e abbandonata. Il fondo è distrutto, pieno di vegetazione e televisori e carcasse di frigoriferi. È ostinatamente limitata da complesse staccionate di legno e metallo (ormai distrutte o rubate) che servivano solo a non farti entrare. Perché questo spreco? Perché siamo in mano a politici locali stupidi e a progettisti rapaci e ignoranti?
Supero la città e le terme, il fiume Ofanto e viro subito a destra per Canne della Battaglia. Ho una mania temporanea per Annibale e per Federico II.
Esco dalla provinciale, passo sotto la ferrovia Barletta-Spinazzola e vicino alla stazione di Canne della Battaglia a sinistra in alto, intravedo l'acropoli della città; salgo, il primo parcheggio è deserto, il secondo parcheggio è deserto, la brutta costruzione della biglietteria è chiusa, tutto è incatenato e lucchettato. Rimango sorpreso?? Ma la colpa stavolta è solo mia. Oggi è lunedì e in Italia, cadesse il mondo, di lunedì i musei sono chiusi. Perdo tempo attorno alla stazione abbandonata. Proseguo per la provinciale circumnavigando da nord Canosa, che lassù bianca sul colle sembra inarrivabile. Mi incastro in raccordi di grandi strade, ne esco subito per arrivare con ripida salita al borgo vecchio con i ruderi del castello, un mare di scale e il perfido canale di scolo in mezzo alle strade di liscio calcare, trappola per le mie ruote. Percorro il corso pedonale fino a piazza Vittorio Veneto. Ho fretta di visitare la concattedrale di San Sabino. Entro da mona coe braghe curte.
L'interno merita la sua fama. Mi colpiscono il pulpito scolpito con l'aquila sopra una colonna antropomorfa, Il soglio-trono con aquile sopra elefanti e il delicato cesello mausoleo di Boemondo d'Altavilla che pur del millecento mi riporta alla tenera cappella visigota di São Frutuoso de Montélios a Braga in Portogallo, secondo me il più affascinante monumento del Mondo.


4 DA CANOSA (BT) A PALO DEL COLLE (BA) KM 74

La basilica paleocristiana di San Leucio, in cima una ripida collina a sud di Canosa, fu costruita a pianta e a cupole bizantine sopra un tempio dedicato a Minerva. Il sito è chiuso. Secondo l'orario è aperto dalle 8.00, ora sono le 10.45. Sto per andare via quando una ragazza arriva a piedi su per la salita e mi fa da lontano:
Vuole entrare?
Magari! Se possibile.
Sono solo, in giro per colonne, gatti e mosaici come un esploratore del ottocento. Nel museo annesso i reperti sono ben disposti e le copiose informazioni hanno il pregio di non essere eccessivamente didascaliche.
Una breve discesa di terra, pietre e calcinacci mi conduce alla provinciale e all'incrocio per Minervino Murge saluto due “amiche di strada”, nere, che stanno sedute sui talloni come molte persone che ho visto in India. La strada diventa a quattro corsie la abbandono poco dopo per prendere una comunale sulla sua destra graziosa e piena di vita. É pieno di gente che mi saluta: sugli olivi, tra gli olivi con i trattori. Il paesaggio è magnifico e curato, un'aria traslucida porta con sé odore di fiori e un leggero sentore di sacco, di granaio e di solfo della vecchia casa dove abitava mio nonno marchigiano. Il percorso, che cavalca leggere ondulazioni, segue il tracciato della Via Traiana. Lascio sulla destra, con qualche vado o non vado a portuguesa, Castel del Monte di Federico II. Arrivo a Corato che sembra Los Angeles. La provinciale 231, che devo attraversare, di otto corsie due muretti e reti metalliche, è insormontabile. Sono costretto a seguire la complanare verso sud e quindi passare di là attraverso un cavalcavia e raggiungere una strada decente per Ruvo di Puglia. Ruvo è splendida, nobile, aperta e chiara. Mi fermo ai giardinetti vicino alla cattedrale, e mi prendo i complimenti da grande viaggiatore dai venditori di frutta che hanno la bancarella sul marciapiede. Compro banane, mele, arance, pomodori ad un prezzo basso a cui non sono abituato e per giunta con un serissimo scontrino fiscale emesso dalla macchinetta a batteria.
La piazza delle cattedrale è piena di cani che dormono all'ombra. Gioco un poco con i profili delle sculture degli animali del portale e riparto veloce, attraverso Palombaio e giungo a Palo del Colle.
La piazza centrale, alla luce del tardo pomeriggio, è notevole con la chiesa matrice dedicata alla Madonna con uno slanciato e pregevole campanile, un castello convertito in dimora rinascimentale e una chiesa dalla onesta facciata barocca. Sono lì, appena arrivato, che mi guardo intorno quando mi sento chiamare.
“Hai bisogno di qualcosa? Vuoi andare a vedere la chiesa? É molto bella, ti guardo la bicicletta.”
Quando esco dalla chiesa gli domando dove posso fermarmi per la notte.
“Laggiù, saranno 40 metri, ci sono 2 B&B”
“In quale devo andare?”
Ride e dice:
“Sono uguali. Scegli te.”
Più tardi di nuovo in piazza mi incontra e mi chiede:
“È tutto a posto, va bene la sistemazione, ti hanno trovato il posto per la bicicletta?”
A cena mi trovo compagnia di ragazzini in compleanno che urlano a squarciagola e delle loro mamme che non sono da meno. Gli altri ospiti si conoscono tutti tra loro e commentano da tavolo a tavolo la partita che passa sul mega schermo. Va bene così. Il cibo è meraviglioso i prezzi incredibili e rigorosamente legali.

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5 DA PALO DEL COLLE (BA) A CEGLIE MESSAPICA (BR) KM 98

Tra Palo del colle e Bitetto saluto le ultime due amiche di strada, poi più nulla nella Puglia del sud non ci sono. L'ultima, ricciolina, con lineamenti da somala sta composta, e dritta sulla sua sedia con un ombrello che la ripara dal sole. Ha un'eleganza struggente, fuori da quel luogo e dai nostri tempi. Bitetto è in fermento, in tutto il centro fervono i preparativi per la festa medievale con botteghe, bancarelle, balestrieri, madonne e messeri ma anche signore arrabbiate:
“Non vi potete mettere qui, mio marito che torna dai campi con l'ape dove passa?”
Visita d'obbligo alla cattedrale. E poi a San Nicandro di Bari, Adelfia (unico comune che conosco formato da due precedenti che si sono uniti volontariamente), quindi a Casamassima, Turi. A Putignano ci sono decine di negozi per spose e i cartelli pubblicitari espongono “donne extragalattiche”. Poco dopo trulli di qua e trulli di là. Coni di roccia bianca punteggiano la conca carsica verdissima della Valle d'Itria. I trulli non mi abbandoneranno più per tutto il giorno, passo Alberobello, le bianchissime Locorotondo e Cisternino. Mi fermo a Ceglie Messapica anche lei bianca e orientale in cima all'arcigna salita con il borgo antico intricato di scale pertugi, archi, porte e piazzette. Un poco Alfama a Lisboa, un poco Evora in Alentejo. In piazza del Plebiscito nel borgo nuovo stessa accoglienza di ieri.
“ Per il B&B vai di qui e di là, dopo la fontana a sinistra....sopra un panificio.”
Poco più tardi:
“L'hai trovato con le indicazioni di prima, è di tuo gradimento?”
Il paese è pieno di ristoranti, trattorie e pizzerie ma sono tutti vuoti. Chiedo in piazza e mi dicono precisi.
“Vai da Pugliese lì in quel vicoletto!”
Vado. Il locale è piccolino sotto archi di pietra scendendo alcuni scalini; è stracolmo di gente, devo aspettare il doppio turno ma “l'antipastino” come lo chiamano loro è poderoso e sublime con un formaggio molle di capra esagerato e burrate e verdure elaborate, e poi i cavatelli con il sugo di carne, il tutto ad un prezzo ancora più basso di quello d ieri.

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6 DA CEGLIE MESSAPICA (BR) A GALLIPOLI (LE) KM 108

La mattina inizia con una leggera discesa fino al passaggio a livello prima di Francavilla Fontana dove vedo passare un bellissimo trenino nuovo nuovo con su scritto “REGIONE PUGLIA”. Magari è come quello che mi riporterà a casa alla fine del viaggio. Magari.
In piazza mi fermano:
“Sei italiano?"
"Sì."
"Di dove? Quanti chilometri fai al giorno? Fino dove arrivi? Trovi sempre da dormire? Per mangiare come fai?"
Sono in tre: uno ha una Bianchi del 2001 di alluminio con la forcella di carbonio. L'altro mi dice che escono spesso in bici e prende in giro quello seduto che ride contento.
“Lui con quella panza non esce più in bicicletta.”
Ci stringiamo le mani con calore e me ne vado contento verso Oria. Salgo in cima al cocuzzolo ma il castello di Federico è chiuso. Ora è in parte di proprietà del comune, in parte di privati imparentati niente di meno con i Conti Leopardi di Recanati. Scendo per il quartiere ebraico irto di scale e di ripidi acciottolati e medito nuovamente di prendere una biammortizzata.
Un rettifilo mi conduce a Manduria che visito coscienziosamente per dimostrare al mio medico, originario di qui, che sono andato veramente in Puglia con la bici. La chiesa matrice, la doppia cerchia delle mura megalitiche messapiche, il palazzo degli Imperiali... Raggiungo il mare a San Pietro in Bevagna agglomerato costruito attorno ad una torre di avvistamento con incastonata una singolare chiesa. É desertissimo in questo periodo ma in spiaggia le dune di grossa sabbia sono tappezzate di fiori viola.
Il vento è finalmente a favore. Filo via veloce sul bordo dello Ionio fino a Porto Cesario. Il posto non mi piace, tutto sembra effimero e rapace. Decido di arrivare a Gallipoli che penso sia più seria. La strada lì intorno è il delirante frutto della politica dell'acquedotto selvaggio. Ogni costruzione ha il suo allaccio alla linea principale che scorre sotto la strada e ogni allaccio ha il suo tombino piccolo, rotondo e senza coperchio, e il tombino più grande e il rappezzo dell'asfalto che è saltato via e rappezzato di nuovo e nuovamente saltato. Ogni allaccio è a distanza diversa dal ciglio della strada e la strada è in ombra e non si vedono le buche. Finché ci sono case è un tormento.
Più a sud la costa si inselvatichisce di cespugli e pini, diventa rocciosa, il mare si fa più blu, più verde, più profondo e più tutto. É un tratto di costa magnifico. Sbaglio strada, ho la carta del Touring Club al 200.000 ma dentro la borsa e non la posso guardare spesso e poi mi picco di sapere la geografia. Abbandono la litoranea e ritorno agli uliveti. Ho qualche allucinazione. Prima un uccello con il suo verso stridulo e ripetuto mi segue per molto, ma è solo la scarpa che striscia sulla bicicletta. Poi mi accorgo che un altro ciclista mi vuole sorpassare ma è solo la mia ombra. Rischio la pelle per fotografarla malamente e poco dopo rischio di nuovo di cadere per fotografarmi la faccia per il centesimo chilometro della giornata. Imbocco, infine, la strada a quattro corsie in discesa veloce fino a Gallipoli.
Entro della città vecchia sull'isola e con una fortuna inaspettata capito ospite della Contessa Pirro del Balzo nella sua splendida magione del XXVI secolo compresa di segretaria elegante, della cameriera vestita come nei film, di Lorenzo l'uomo del petit déjeuner, e del falegname di palazzo. Per la cena è più difficile chiedere aiuto alla gente. Gallipoli è una città turistica con le bancarelle dei ciaffi e i negozietti tipici, girano tedeschi a corrierate intere e camperisti del Nord Italia, inglesi e americani. Evito i ristoranti sui muraglioni a mare e sul corso principale. Il prezzo pagato è comunque tre volte quello degli altri giorni.

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7 DA GALLIPOLI (LE) ALLA FINE DELLA PUGLIA KM 90

Esco dalla ricca Gallipoli, costeggio l'ampio golfo a sud: belle spiagge tra roccette su mare dai toni accesi e cristallini. Più avanti incontro centri turistici e grandi strutture dove qualcuno ancora, per fortuna, si ostina a conservare la memoria dei vinti: percorro prima un Corso Generale Annibale e poi una Via Re Pirro.
A Santa Maria di Leuca la giornata è splendida e calda. Il mare è di un blu profondo …Vivo il fascino e il fastidio di questo nuovo Finis Terrae. Oltre non si può più andare. Non si può fare più niente. Il viaggio è finito.
Mi fermo nel baretto sul lungo mare per una colorata “salada de polvo”. Con un pochino di cinema, parcheggio la bicicletta in bella vista e mi siedo ad un tavolino all'ombra a tirare le somme e ad aspettare le idee che sono rimaste indietro. Sono osservato. Quando prendo dalla bicicletta la Guida Rossa della Puglia del TCI la signora mormora sorpresa:
“Ha anche la Guida!”
Mi crogiolo dentro quell'effimera gloria e nel successivo interesse del gestore sul mio viaggio. Mi informa anche sui fasti ferroviari del Salento e scherzando mi fa:
“Ma tutto questo tempo in giro? Ma quando torni a lavorare? Guarda che Monti ti aspetta!”
È tempo di tornare. Ma prima voglio passare a Patù, già il nome è interessante, dove è rimasta una pieve romanica e una costruzione megalitica di incerta origine e uso. Vado, giro parecchio, a Castrignano del Capo sbaglio strada ma arrivo al sito. Ora il viaggio è proprio finito, non ho più scuse o appigli per rimanere.

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RITORNO A CASA CON IL TRENO

Arrivo alle quattro e mezzo del pomeriggio alla stazione di Gagliano del Capo-Leuca delle FSE (Ferrovie del Sud Est). Dentro ci sono tre ferrovieri a cui chiedo se posso andare fino a Lecce con la bici.
Il capo mi fa:
“C'è una corsa alle 18.42 ma bisogna vedere se arriva il treno adatto. Te lo dico tra qualche minuto.”
Poco dopo escono sul marciapiede. Uno gira la manovella del passaggio a livello, l'altro telefona e avverte il macchinista in arrivo che il binario uno è “ingombro”. Arriva il treno, lo riconoscono da lontano, sembrano soddisfatti:
“È il Breda. Sì puoi salire con la bicicletta. Più tardi facciamo il biglietto”.
Il viaggio per me vale 4,50 euro, per la bicicletta in Puglia è gratis e le fanno il biglietto dedicato a me con tanto di nome e cognome e numero della Carta di Identità. Sembra di essere nel cantone di Lucerna. E poi dici il Sud!
Devo aspettare circa due ore: mi gingillo con la macchinetta che mi prepara un caldo caffè lungo con extra zucchero. Faccio un giretto con la bici, provo ad annusare la strada per il nord ma è contro vento e poi ormai sono arrivato. Basta. Si torna a casa. Torno in stazione guardo le ombre allungarsi, leggo “Caro collaboratore” (le avventure di Snoopy scrittore di Charles M. Schultz) e guardo i ferrovieri. Sono tutti tre sul binario a martellare e segare un tubo. Quello vestito da operaio va via con la bici e torna poco dopo con qualche attrezzo speciale.
Sul binario due è fermo il mio treno: l'automotrice Breda Ad 79 ha la mia età e la dimostra. Le ombre si allungano, arrivano altri passeggeri per Lecce. Si fa tempo per i preparativi. Mi chiamano per caricare la bicicletta. Aprono la serranda del portabagagli, mi aiutano a caricarla nel portabagagli, la sistemano e richiudono la serranda. Siamo proprio in Svizzera. Il treno parte tirando le marce nella pianura salentina. I viaggiatori sono vari e colorati: dalle ragazzine tirate, ai neri con la merce da vendere, alla cameriere filippine, agli omoni con la grande valigia che salgono, al trans di Bahia, agli studenti universitari che scrivono con Latex nel portatile fino al “mona coe braghe curte”.
Arrivo a Lecce alle 20.25, scruto l'orario delle partenze: i regionali per il Nord sono finiti, c' è un treno notturno alle 22.40, mi pare, con il simboletto della bicicletta. Mi metto in fila alla biglietteria per chiedere e eventualmente comprare il biglietto. Sono le 20.30 la bottega chiude. Ci dobbiamo arrangiare.
Tutti assaltano l'unico ferroviere esistente nella stazione che sta li apposta a fare il parafulmine e aiuta a pigiare i tasti delle singhiozzanti macchinette automatiche. Mi conferma:
“Puoi salire su quel treno solo se smonti la bici. Se la smonti ti faccio salire.”
Decido di prender il primo regionale del mattino, brigo per fare il biglietto. Nisba. La macchina si rifiuta, devo farne quattro: uno da Lecce a Bari, uno da Bari a Foggia, uno da Foggia a Pescara, e uno da Pescara ad Ancona. Poi chiedo al maestro delle ferrovie di un albergo li vicino.
“C'è il Grand Hotel di Lecce a 50 metri.”
Continua con la sua idea.
“E smonta quella bicicletta!”
Vado. L'albergo è uno spolverio di luci e stelle nella notte leccese. Entro, il maestro non batte ciglio e mi fa parcheggiare il mezzo in garage. Esco per la cena. Lecce è una città splendida con tanta gente in giro. Vedo per caso la piazza del duomo che incanta con i suoi edifici e con la sua scenografica illuminazione perfino dei sostenutissimi turisti francesi.
Parto alle 5.10. A Bari aspetto un paio d'ore trascinando la pesatissima bici su e giù per le scale da un binari all'altro. Sono attento agli altoparlanti su eventuali ritardi e treni fantasma. Gli annunci normali vengono dati in italiano e in inglese. Gli altri:
“Non attraversare i binari, i video delle telecamere sono visionati dalla polizia”.
In italiano, arabo e francese.
A Foggia aspetto altre due ore fino a che non parte un trenino a gasolio per Temoli che non prevede la bici al seguito. Il consiglio della polizia è quello di fare la faccia contrita al capo treno ed elemosinare la salita. Intanto continua a girare per la stazione indenne e indisturbato un grande pastore bianco, uno di quelli che assaltano i ciclisti. Abbia e corre dietro ai treni in arrivo, passa sotto il freccia bianca per Milano in breve sosta. A detta di altri viaggiatori alla stazione di San Severo ci abita una intera muta di quei cagnoni. Funzionano gli ascensori e funziona anche il trucco della polizia. Il capotreno mi risponde a tratti sincopati.
“Puoi salire. Se ce la fai. La bicicletta mettila nel portabagagli”.
Questo treno è uguale al treno di ieri ma nessuno mi apre la serranda, nessuno mi aiuta. Faccio tutto da solo: smonto le borse, impenno la bici su per le alte scale, salgo sul treno, la sollevo sopra i sedili e la piazzo nel portabagagli, scendo a recuperare le borse giù nel marciapiede del 5° binario tronco nord sotto lo sguardo attento e a volte divertito degli altri passeggeri. A Termoli l'altro convoglio è in partenza, mi precipito di corsa giù per le scale del secondo binario, per il sottopassaggio e su per le scale del quinto binario. Mi vedono, hanno pietà di me. La voce femminile all'altoparlante mi dice che il posto per le bici è in testa al treno. Arrivo ad Ancona alle 16.50. Quasi Ventitre ore di viaggio per la stessa distanza che con uno stupido freccia rossa le persone normali (i non ciclisti) ci possono impiegare quattro ore e venti minuti. Non aspetto altri treni. Come l'altra volta vado a casa in bicicletta.

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Foto: http://www.flickr.com/photos/84442834@N03/sets/72157630992645134/

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