23 Luglio, 2020

Cicloviaggiando in Sardegna

Sardegna (2003)

…e con la bici fuggiamo e chi lo sa
si parte sul serio
partiamo alla grande, partiamo da star
Sotto questo sole è bello pedalare si
ma c’è da sudare
Sotto questo sole rossi e col fiatone
e neanche da bere…
(Ladri di biciclette)

 

485 km, percorsi alla media di 19,9 km/h, 14 giorni di pedalate, ecco la nostra avventura si è conclusa, non senza un po’ di tristezza, come è normale che sia per la fine delle cose belle… e vera avventura è stata, dalle dormite sulle panchine del ponte alla notte trascorsa all’addiaccio

sulla spiaggia, dalle forature multiple alle salite percorse solo per forza di volontà, perché era l’unica forza ancora rimasta… E quando ieri al porto di Olbia in prima fila per l’imbarco, ci hanno chiesto da dove venissimo, quando alla risposta “da Cagliari” ci hanno detto “ma siete degli eroi” (anche se il tono era un po’ quello di “ma siete pazzi?”), eravamo fieri di noi, di avercela fatta.

Ed è stata strada, strada fisica, fatta di sole, di salite, di discese ai 50 km/h, di sudore, di fatica, di sete e gole secche, di ultimi gocci d’acqua condivisi, di “io non ce la faccio ad andare avanti” o “adesso mollo qui la bici“, di ruote bucate, di pacchi pesanti, di panini mangiati avidamente, di colazioni fatte seduti per terra nel parcheggio del supermercato, con la gente che ci guardava male, di due minuti di sonno nei posti più impensati, di auto che ti suonano e imprecano perché ingombri la strada e di gente che invece ti incoraggia, di “devo aspettare gli altri, chissà quanto stanno indietro” oppure “dove cavolo saranno gli altri, non li vedo più là davanti“, di vento contrario, di ritornelli di canzoni che stranamente ti tornano in testa e si ripetono martellanti a scandire il ritmo delle pedalate, di “mi fa male il ginocchio“, di “c’ho il raffreddore“, di soste bagno negli angoli e nelle spiaggette più impensate e appartate, di mare trasparente, di scogli, di ricerche del tuffo perfetto, di nuotate di ore, di fondali da maschera e boccaglio, di letture e musiche sulla spiaggia in attesa di rimontare in sella, di partite a beach volley, di nessuno mi ha mai insegnato ad amare il mare e lo faccio da autodidatta, di “i 40 km di salita di 1.000 metri di dislivello li facciamo in corriera“, di “stasera cucino io e faccio io la spesa“, di Giuliano che si perde nel giorno di sosta, trasformandolo in una giornata di camminate folli, di “oggi è Ferragosto e i negozi sono chiusi (e noi senza spesa)”, di “stasera mirto o birra?“, di falò sulla spiaggia, di bagno alle 2,30 di notte, di facce scolpite dal sudore, dal sole e dalla salsedine, di sembriamo quasi dei vecchi marinai, di quelli dei fumetti di Hugo Pratt, ma talvolta anche cow boy, in fondo ogni mattina anche noi selliamo le nostre bici e le leghiamo fuori…

Strada anche spirituale, perché non si torna mai uguali e se stessi, e poi lì sulla bicicletta spesso sei solo, non hai fiato né voce per parlare con gli altri, e il tempo per pensare è tanto (e forse una serie di conclusioni cui sono arrivato non ti faranno propriamente felice), anche se talvolta ti perdi nei tuoi stessi pensieri sopraffatto dalla fatica o da un panorama o richiamato alla realtà da qualcuno che ti chiama, strada di confronti, perché il tempo per chiacchierare è comunque tanto, di racconti su Elena (unica persona che conoscevamo bene tutti e tre, poverina le saranno fischiate le orecchie!), di “quando torno…”, di “l’anno scorso in Irlanda…”, di manca Fabio anche questa volta, di genitori spersi in chissà quale angolo della Spagna che non si fanno sentire neanche una volta e di genitori (di Giuliano e Simone) che invece sono in apprensione se non ricevono una telefonata al giorno, di sguardi persi all’orizzonte…

Ed è stato bello viaggiare così, un po’ nomadi, un po’ vagabondi, un po’ zingari, un po’ barboni in poche parole Viaggiatori, perché la bici va al ritmo del paesaggio che ti circonda, va piano e allora non ti passa addosso, ma ti entra dentro e ti rapisce, e allora la domanda che si rincorre e viene ripetuta negli ultimi giorni è “l’anno prossimo dove si pedala?”

Guido

 

 

UN’ALTRA FACCIA DELL’ISOLA (2006)

Il vento continua da ore… quasi stordisce. Il cielo è denso di nubi, la luce è comunque intensa e diffusa. La mente ritorna ai chilometri pedalati in Islanda. L’asfalto ruvido scorre lentamente solcato da rare macchine veloci. Tutto intorno il vuoto.

Sono decine i chilometri tra un segno dell’uomo e il seguente. La vegetazione è verde, un raro raggio di sole la rende splendente, i fiori sono gialli, praticamente tutti. Sono i primi giorni di marzo, ma la primavera è già inoltrata. Nei prati greggi di pecore dal rigoglioso vello, qualche raro agnellino, cani pastori, i più indifferenti, qualcuno rognoso.

Ai molti chilometri di natura selvaggia si intervallano zone turistiche, dove l’uomo non ha lesinato con case fitte e tutte uguali, sono questi i luoghi dove tra qualche mese si affolleranno orde di turisti che non immagineranno nemmeno la Sardegna come la stiamo vedendo e vivendo. La ante sono chiuse, le strade deserte.

Nel corso di questo viaggio percorriamo la strada che collega Porto Torres a Cagliari, lungo la costa nord e l’orientale sarda, 550km di strada sarda, su e giù… Per tutta la settimana il vento tira costante, teso da ovest sud ovest, siamo noi, o meglio la strada, a cambiare direzione e trovarlo spesso contrario.

Al nord la strada corre lungo la costa e ci regala suggestivi scorci sul mare, ad est si allontana dalle onde per risalire le montagne e accompagnarci nel parco del Golfo di Orosei con i suoi passi o “genna”, che dir si voglia. Rari paesi arroccati sulle pendici delle montagne si presentano trasandati e desolati. Molte donne sono per strada con l’abito tradizionale, lungo, nero, con il velo. Il loro dialetto è incomprensibile.

I pastori si ritrovano il pomeriggio nei bar. I negozi spesso sono chiusi e non troppo forniti, gli orari di apertura spesso non sono indicati. A volte chiediamo informazioni, le persone si dilungano a parlare, la sensazione è che queste persone schive ma espansive dopo il lungo inverno si sentano un po’ sole. Non ci stupisce, in questo senso di vuoto che contraddistingue ciò che ci circonda.

Destiamo curiosità, molti ci chiedono dove andiamo e da dove veniamo, in giro nessuno come noi. Un uomo ci regala un pacco di spianata sarda, lo leghiamo sulle borse per poi mangiarlo con i fantastici pecorini che ci accompagnano tutto il viaggio.

I campeggi per lo più sono chiusi, quelli aperti si presentano trascurati. Trovare da dormire in questo periodo può non essere scontato, ma con un po’ di inventiva ce la caviamo sempre. A volte quando trovare un posto sicuro sembra impossibile un rifugio o un agriturismo ci regalano la possibilità di dormire in tenda e magari una cena di cibi tradizionali davanti a un camino acceso. Se proprio non troviamo alternativa si affitta una camera, ma manca così il contatto con la natura, che tanto amiamo.

Il tempo passa veloce, ci stupiamo dei chilometri che percorriamo quotidianamente, a malincuore è già ora di imbarcarci, bruciacchiati dal vento e anche da un po’ di sole. Ci siamo convinti di aver fatto una scelta insicura ma azzeccata perché pedalare la Sardegna in questa stagione è bello e tutt’altro che scontato.

L’isola ci ha regalato fatica e bei momenti. E allora ripartiamo con nella mente molte facce, quella bottiglia di mirto, un pecorino squisito, una cena carina, un giorno di vento a favore, qualche minuto di grandine, attimi di indecisione e di dolcezza… Ripartiamo avendo imparato che anche vicino a casa si possono vivere piccole grandi avventure… e lentoviaggiare arricchendosi di esperienze e emozioni…

Andrea

 

Valerio Depau,