Evoluzione

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21 Agosto, 2020

Evoluzione

Ho viaggiato…ho viaggiato qualche giorno o diverse settimane, lontano e vicino, nelle diverse stagioni…

I ricordi più belli, sono sicuro, sono nei viaggi lenti… come quelli in bicicletta o a piedi.

Prima di partire e dopo essere tornato mi sono sempre interrogato.

Perché alcune sensazioni mi attraggono più di altre? Com’é che un viaggiare per i più disagevole a me sembra così naturale?

Guardando ai viaggi che sono stati, trovo diverse sensazioni, diversi gli stimoli che mi hanno fatto partire.

Tutti siamo concordi nel dire che viaggiando lentamente si colgono dei particolari che altrimenti si perdono. Tutti siamo concordi nel descrivere il benessere dato dalla fatica fisica, amplificato dall’unione di sport e viaggio.
Lentoviaggiando ho colto particolari bellissimi, ho sentito il mio fisico tonificarsi e stare bene. Sono stato orgoglioso di volta in volta del traguardo raggiunto. Ho cercato posti strani, forse per stupire non solo me stesso. Ho cercato posti dove la natura fosse più forte che mai e li ho visitati in balia del vento e della pioggia.
Io credo che potremmo argomentare queste sensazioni in mille modi e tutte le motivazioni sono valide.

Tuttavia non mi sono sufficienti per spiegare una percezione che ho in viaggio. Un’impressione timida, che si coglie solo dopo che si è fatta attenzione. Ho imparato a conoscerla solo recentemente, ma guardando ai ricordi dei viaggi più belli, capisco che era sempre presente. Una sensazione che penso che sia la più importante.

Viviamo un quotidiano tra mura di cemento fatto di cibo sicuro e vestiti adeguati. D’inverno scaldiamo, d’estate raffreddiamo… alla ricerca del clima ideale. Ci sono una serie di cose che diamo assolutamente per scontate come avere l’acqua per bere e lavarci e un riparo dalla pioggia come sapere dove ci troviamo.

L’opposto dovrebbe essere vissuto come un disagio.

Vivere in tenda. Mangiare quello che si ha. Avere fame. Avere freddo. Essere bagnati fino all’osso. Lambiccarsi il cervello per capire come mai il villaggio che cerchiamo non è ancora all’orizzonte. Essere nel deserto dove nessuno ci può aiutare. Vedere un temporale all’orizzonte e non avere un posto in cui ripararsi. Dover viaggiare contro vento, costi quel che costi. Trovare dell’acqua e poter portare solo quella che si ha la forza di trasportare. Controllare quanta acqua si ha e bere il necessario. Attraversare un fiume con l’acqua alla vita. Dormire all’aperto e avere paura dei rumori che ci circondano. Sentirsi sfiniti dalla fatica. Doversi alzare il mattino e proseguire il cammino. Essere nomadi.

Io non credo che il bello che vediamo in viaggio sia sufficiente a farci “patire” quello che passiamo da lentoviaggiatori. Io faccio fatica a spiegarmi come mai se mi guardo dentro quando vivo tutte queste cose, mi sento incredibilmente a mio agio. Non riesco a capire come una situazione in cui mi sono trovato pochi mesi in confronto al resto della mia vita “normale” mi sembri così maledettamente naturale…
Ipotizzando di non essere pazzo, insieme alle altre centinaia di persone che fanno le stesse cose, credo di avere intuito una possibile spiegazione.

A pensarci bene, l’uomo nelle ultime centinaia e centinaia di anni non è che sia cambiato granché. La scala dei tempi evolutiva è ben altra roba. Ma cosa lo distingue oggi da quello che era un uomo di cinquanta, cento, mille anni fa? L’uomo è fondamentalmente lo stesso, è ciò che lo circonda che è cambiato.

Se oggi compriamo una macchina foto digitale questa avrà il doppio dei sensori per il verde. L’occhio umano percepisce il doppio dei dettagli nel verde che negli altri colori. Eppure è da quando sono nato che vedo più grigio che verde.
Meccanismi di risposta come la paura. Il fatto che l’udito non si spenga la notte. Il fatto che il nostro orecchio sia più sensibile nelle frequenze del parlato e dei suoni della natura. I brividi. L’abbronzarsi. Tutti meccanismi più indispensabili nella vita in natura che nella vita in città.
Allora non sarà forse che dal passato mi porto dietro una serie di caratteristiche che servivano ai miei antenati a vivere in natura?

Allora non è forse che sono più adatto a cercare dell’acqua, a sopportare la fame e a cercare un rifugio per la notte? Non è che tutto queste cose che viviamo in giro per il mondo in bicicletta sono insite nella nostra natura?
Non è che sono più adatto a sopportare il vento e la pioggia che non preoccuparmi del traffico, del contratto e dell’estratto conto?

Allora forse è per questo che all’aperto mi sento così a mio agio, anche quando non ne posso più. Forse è perché il mio fisico e le mie emozioni sono state rodate da centinaia di anni di confronto con la natura.

Non so, ultimamente inizio a credere in questa spiegazione. E se poi non è così per davvero, cosa importa? L’importante è che abbiamo scoperto quanto è bello lento viaggiare… e visto che quando viaggiamo abbiamo finalmente il tempo di riflettere… viaggiamo… e così magari torneremo con un’altra domanda e un’altra spiegazione… che sarà forse l’alibi per partire di nuovo.

Andrea

Valerio Depau,