7 Agosto, 2020

Pedalando con più gusto che fatica

 

Graziella aveva da anni un sogno nel cassetto: pedalare tra i castelli della Loira, ma non aveva mai trovato le persone adatte a cui proporlo. Dove per “adatte” s’intende, assolutamente sprovvedute in fatto di bici ma con una gran curiosità di cimentarsi in imprese fuori dalla propria portata.

In altre parole irresponsabili.

Nel lontano 1991, quando di viaggi in bicicletta non se ne sentiva tanto parlare, finalmente il gruppo si formò.

Graziella e Giovanna studiarono le tappe a tavolino usando l’infallibile tecnica di contare i chilometri sulla cartina, un massimo di 50 al giorno.

Il fatto che fino ad allora solo qualcuna di noi avesse pedalato al massimo per una decina di chilometri era un piccolo dettaglio. In quel momento il nostro grande problema era l’equipaggiamento.

Alcune di noi, quelle dei 10 km, avevano già i pantaloncini col daino e la maglia traspirante. Graziella li chiamava “l’allegra mutanda” e “la sudo non sudo” e fu usando quei nomi che Donatella si rivolse allo sbigottito commesso del negozio sportivo, anche un po’ risentita per la sua incomprensione.

L’attrezzatura per la pioggia fu un elogio alla creatività.

Graziella: mantella di Roberta di Camerino presa coi punti accumulati nel distributore di fronte a casa.

Paola e Mirta: due mantelle da pescatore.

Tella: K-Way omaggio ditta SACMI.

Giovanna: mantella Invicta da trekking, con spazio per zaino stile “Quasimodo”.

Marina: Marina aveva una marcia in più: la giacca in Goretex.

Nessuna di noi pensò a riparare gambe o scarpe, ma anche quelli erano dettagli.

E poi perché mai avrebbe dovuto piovere?

Piovve otto giorni su dieci che togliendo i due del viaggio, fu per tutto il giro.

Piovve molto, moltissimo, di più!

Le mantelle stese sui manubri per tentare di riparare le gambe si trasformarono in catini da svuotare continuamente. Nel primo supermercato, però, ci equipaggiammo di sacchi del pattume, quelli belli neri, da 60 litri e li trasformammo in pantaloni e copri-scarpe. Praticamente geniali, se non fosse che pedalando si gonfiavano come mongolfiere!

Fu con questa attrezzatura spaziale che visitammo i Castelli della Loira.

In quel primo giro provammo la gioia di pedalare con la nostra bici all’estero, sentendoci per la prima volta non solo spettatrici o curiose turiste, ma parte del luogo. Scoprimmo in poche parole l’emozione del lento viaggio – e noi, con la nostra media dei 15 km/ora, possiamo dirlo a ragion veduta.

L’esperienza ci piacque tanto che d’allora tutti gli anni intraprendiamo un viaggio sui pedali con lo stesso entusiasmo, la stessa recidiva scarsa preparazione atletica, solo maggiore esperienza ed un bagaglio tecnico decisamente più adeguato.

Come la prima volta, Graziella procede ad un’attenta e meticolosa programmazione a tavolino delle tappe, con la consapevolezza che poi non verranno mai rispettate a causa di un qualsiasi evento imprevisto: maltempo, sottovalutazione delle pendenze, feste di paese, matrimoni, visite particolarmente approfondite ai monumenti, abbondanti merende, ecc…, tutte circostanze che ci fanno spesso cambiare rotta e rallentare i tempi.

Questo tocco di avventurosa anarchia del gruppo comporta quasi sempre l’impossibilità di prenotare con anticipo gli alberghi e la certezza di arrivare tardi.

La tenda, ovviamente non e’ prevista, esclusa dal bagaglio per far posto a flaconi giganti di creme varie.

Tutto questo ha creato, talvolta, qualche inconveniente che abbiamo sempre risolto più o meno dignitosamente. Ecco alcuni esempi memorabili.

AUSTRIA, 1993

Arrivammo una volta tanto prima del tramonto.

Per festeggiare l’avvenimento ci recammo quindi nella prima pasticceria avvistata nella piazza principale.

Dopo un’abbuffata generale ci dirigemmo con calma all’ufficio informazioni turistiche per prenotare un albergo.

Amara sorpresa! Nella bacheca dell’ufficio sventolava una comunicazione: nella cittadina non c’era più disponibilità di alloggi.

La possibilità di trascorrere la nottata sulle panchine della piazza principale stava prendendo forma.

Da un’attenta e disperata lettura di tutti gli avvisi sistemati nella bacheca scoprimmo l’esistenza di un campeggio a circa sette km dall’abitato; una flebile speranza!

Anche le meno temerarie alla vista delle spigolose panchine, convennero che era meglio tentare la sorte.

Il campeggio c’era, i bungalow pure ma…anche lì era tutto esaurito.

Il proprietario ci propose come unica sistemazione la sala delle colazioni costruita sulla “reception” e caratterizzata da pareti di vetro.

Ci mise a disposizione: numero 6 sedie a sdraio di plastica bianche, un paio di comodissime brandine e due confortevoli tavoli di cemento.

Accettammo con rassegnato entusiasmo.

Tella e Mirta dal sonno di “pietra”, stoicamente, si offrirono volontarie per i tavolacci.

Marina e Giovanna, quelle dal sonno leggero, si impossessarono prontamente delle brandine.

Le altre, ingessate a 160°, sulle sedie a sdraio.

Resoconto della nottata:

Marina e Giò, nonostante la regale sistemazione, insonni, condivisero gli auricolari della radio sorbendosi ripetuti concerti di musica da camera tutta la notte.

Quelle sulle sedie a sdraio, prese da forti sensi di colpa, si alzarono varie volte, inutilmente, per offrire il proprio posto a Tella e Mirta, che paradossalmente dormivano beatamente.

I primi chiarori del giorno furono accolti come una liberazione.

Partimmo una volta tanto prima dell’alba.

PORTOGALLO – AVIS 1999

In Portogallo la strada che porta al mare e’ in salita. Piccolo ma determinante dettaglio sfuggito nella programmazione a tavolino delle tappe e così, al solito, arrivammo alla meta mezz’ora prima del buio.

In paese c’era un unico albergo, ovviamente completo. Dopo il solito ottimistico giro di richieste introdotte da Sorry, Desculpe o come si dice in portoghese Fez Favor, anche questa volta trovammo chi venne in nostro aiuto. Un gentilissimo barbiere ci indicò un campeggio, dove ci dirigemmo immediatamente, pur non avendo come al solito ne’ la tenda, né tanto meno il sacco a pelo!

E quindi? Nessun scoramento: in un misto di italo-ispano-portoghese spiegammo al titolare del campeggio la situazione, che venne incredibilmente compresa.

Con nostro stupore, chiamò in aiuto il segretario comunale, il quale non trovò altra soluzione che fare aprire per noi la piscina municipale. Dormimmo così nell’astanteria, usando come materassi le tavolette galleggianti e come se fossimo al Grand Hotel, il mattino seguente ci concedemmo una nuotata, nella piscina tutta per noi.

VAGLI, TOSCANA – GIRO IN GARFAGNANA

La caratteristica dell’essere umano è quella di imparare dai propri errori, di conseguenza pure noi, ci riproponemmo di cambiare strategia.

Consultando la guida a metà pomeriggio, (quando ormai c’era una ragionevole certezza di arrivare alla meta prefissata) eravamo riuscite a contattare telefonicamente e prenotare un agriturismo nelle vicinanze.

La meta era Vagli, nei cui pressi e’ stato costruito un lago artificiale che ha sommerso l’antico caseggiato; ogni 10 anni, però, l’invaso viene svuotato facendo riaffiorare intatti i resti del vecchio paese. E proprio quell’anno si organizzavano visite guidate notturne al paesino illuminato in modo suggestivo.

Arrivate al cartello con le indicazioni dell’agriturismo, constatammo con disappunto che si trovava a 15 km da Vagli, e in salita.

Al tramonto, davanti al cartello scattò il ripensamento e la conseguente democratica votazione:

Opzione 1: salita di 10 km, pernottamento e cena sicura, ma, conoscendo i nostri tempi, rinuncia alla visita notturna.

Opzione 2: Scendere una decina di km a valle verso Vagli, cercare l’alloggio incerto, e in caso negativo risalire all’agriturismo prenotato.

Eravamo in 5. Due voti per salire due per scendere, rimase Marina, l’eterna indecisa che dopo una sofferta riflessione, votò per scendere.

Premiate da tanta audacia, trovammo da dormire, e dopo una bella fiorentina e funghi porcini, vai con la visita notturna carica di suggestione. Valeva il viaggio!

Marina seppe solo dopo che comunque avesse votato, il gruppo aveva già deciso per la soluzione più allettante. Questo è il bello delle nostre votazioni!

LA GARA DEI CORI

Vi chiederete come facciamo ad affrontare i nostri giri nonostante lo scarso allenamento. Per questo di volta in volta abbiamo escogitato i più svariati diversivi, dettati dall’istinto di sopravvivenza.

Ci viene alla mente come esempio quella che ricordiamo come “la battaglia dei cori”.

Il nostro gruppo è legato da solide amicizie, ma ognuna di noi ha un suo trascorso diverso o sensibilità diverse su alcune questioni, e da brave emiliane romagnole risentiamo di quella vecchia diatriba fra religione e politica. Ricordate Peppone e Don Camillo?

Austria, anno 1993, pista ciclabile del Danubio, paesaggio un po’ ripetitivo e vento contro tutto il giorno. Si cominciò ad accusare la stanchezza e cosi per non pensarci troppo cominciammo a cantare il nostro solito repertorio anni 60-70. Il vento non calava, la fatica aumentava cosi’ non si sa come, due del gruppo in coda, ripescando dal trascorso parrocchiale, attaccarono con un “Mira tuo popolo o bella signora”.

Dall’ala sinistra del gruppo, immediatamente partì il controcanto: “Compagni dai campi e dalle officine…”.

Prontamente il gruppo Don Camille rispose alla provocazione con un Adeeeeste fideeeliiis… che venne subito sopraffatto da un Sebben che siamo donne…

Si continuò così a squarciagola in una battaglia vocale tra sacro e profano per chilometri, dimenticando in questo modo la fatica del vento contro.

La battaglia si concluse sulle strofe dell’inno solenne dell’Internazionale Socialista che ricompattò il gruppo.

D’altra parte si sa dove batte il cuore.

IL GUSTO

Fu durante il Camino di Santiago che ci accorgemmo della differenza tra noi e gli altri cicloviaggiatori.

Lungo il percorso facemmo amicizia con un giovane ragazzo tedesco, un po’ timido e riservato, ma simpatico. Non facevamo il viaggio insieme, ma ci incrociavamo spesso lungo le tappe obbligate.

Durante una sosta pranzo, la differenza si manifestò eclatante davanti ai nostri occhi.

Il nostro amico accese il suo fornellino e si preparò un thè, che sorseggiò insieme a qualche biscotto secco.

Il nostro pranzo consisteva invece in abbondanti pagnotte di pane ai semi di girasole, formaggi stagionati e spalmabili, affettati tipici vari, pomodori, yogurt, frutta, cioccolata per le più golose, noci, birra, e sicuramente qualcos’altro che ora non ricordiamo.

Non dimenticheremo mai il suo sguardo divertito e un po’ perplesso che faceva trasparire i suoi dubbi sulle nostre possibilità di proseguire la tappa, così appesantite, e nemmeno il suo sguardo sorpreso quando tutte le sere, arrivavamo sempre e comunque alla meta.

Tra tutti i sensi che si esaltano pedalando, per noi, quello del gusto, è sicuramente il più sviluppato.

Basta un piccolo dislivello per mettere in moto i succhi gastrici, un minimo sforzo e siamo giù di zuccheri. Siamo un caso disperato di gaudenti eno-gastro-cicliste.

Una nostra abitudine è avere come scorta una bella tiera di pane sul portapacchi.

A scelta anche un po’ di affettato o formaggio o frutta o tutti e tre insieme.

Tutto questo per evitare la gamba molle, i trigliceridi bassi o la visione della madonna ad ogni tornante in salita.

Famose sono le nostre inchiodate davanti ai forni, con tanto di rischio di tamponamento.

Anche in piena campagna, però, in assenza di negozi alimentari, non ce la caviamo male.

Non c’è albero di ciliegie mature che sfugga al nostro assalto. Appena ne avvistiamo uno, non resistiamo ad una scorpacciata seguita immancabilmente dalla classica gara di sputo di noccioli.

Un capitolo intero, inoltre dovremmo dedicare allo nostre pantagrueliche cene, che con la scusa delle calorie bruciate, sono in verità occasione per soddisfare la nostra curiosità culinaria e il nostro grande piacere della buona forchetta.

INCONTRI

Ci siamo presto rese conto che spesso il ciclista riscuote al suo passaggio simpatia e grande disponibilità da parte di tutti.

L’incontro con Janine, una ragazza bretone al pascolo con le sue mucche è uno dei nostri ricordi più cari. Pedalavamo lungo una stradina di campagna poco battuta e lei, molto sorpresa nel vedere passare 8 ragazze in bicicletta, ci fermò per chiedere del nostro viaggio. Ci raccontò un po’ della sua vita, del duro lavoro e dei suoi sogni. Prima di lasciarci, con grande affetto, riempì gentilmente le nostre borracce con il latte tiepido appena munto.

Sono anche questi brevi ma intensi scambi con persone speciali lungo la strada che rendono così affascinante il lento viaggio!

 

Les Nueves de la Bicicleta

 

Valerio Depau,