Sadeira

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Sadeira

Dovete sapere che a scandire le giornate dei brasiliani non è solamente il sole, la musica o i tanga ma anche la birra gelati..ssima.

In Brasile, per mia grande meravigli, si nascondono dei fenomenali bevitori di birra che non hanno niente da invidiare ai tedeschi. Lei, la birra è un vero e proprio toccasana nelle lunghe giornate torride e monotone nel Nord-Est brasiliano.

Una tavolata di brasiliani è sempre annaffiata da un fiume di birra; il rituale vuole che si rimanga a berne ad oltranza fino all’ultimo sorso fino alla saidera, una metafora bellissima fatta su misura per la storia della giornata che sto per raccontarvi.

Dopo 10.000 km, 8 mesi e Dio solo sa quante giornate meravigliose che sembravano non finire mai mi trovo nella zona più a nord del Brasile un angolo di mondo chiamato stato del Roraima.

Ho da poco passato Boa Vista e il mio gps, alias il popolo brasiliano, mi avverte che al Venezuela manca poco, all’incirca due giorni e un 250 km, notizia che accolgo con una tranquillità serafica visto che non vedo ombra di salite, ne vento antagonista, ne pioggia da più di 1.000 km e precisamente da Manaus.

Le mie giornate ciclistiche scorrevano serene da qualche tempo, ma i miei sensi da “ragno” percepivano che qualcosa presto sarebbe cambiato a interrompere la “monotonia” di quei giorni.

Quel 23 maggio 2006, partito da Boa Vista, dopo un centinaio di km, nel tardo pomeriggio, cominciai a cercare un posto per passare la notte indenne e mangiare quel boccone che permette di russare in totale relax.

Da Boa Vista a Santa Elena non ci sono città ma soltanto qualche piccolo agglomerato di case e proprio in uno di questi, ormai giunta l’oscurità, mi fermo.

È semplicemente un incrocio di tre strade, chiamato treis corazao, tre baracche di legno, in cui si vendono alimenti primari e il praito feito, un piatto unico fatto di riso fagioli, platano e un pezzo di pollo, a 4 real, tutto questo mentre stava arrivando la notte e l’umidità che porta con se assieme agli immancabili mosquitos, veri e propri esattori di sangue in Amazzonia.

La coppia di signori che mi ospitano a cena sono socievoli e ben disposti nei miei confronti per cui chiedo loro se posso passare lì la notte appendendo la mia amaca ai pali che reggono il porticato del loro ristorante.

 Parlo prima con la moglie che poi si consulta il marito, certe gerarchie in Brasile non vanno dimenticate, che non fa una piega e approva la mia permanenza sotto il loro porticato a patto che levi le tende prima della riapertura.

Affare fatto! La mia notte a treis corazao si fa più sicura dormendo a casa di qualcuno.

Ma questa non è una notte come le altre sono ore passate all’insegna dell’agitazione e di strane sensazioni per non parlare del tormento dei mosquitos, pronti ad infierire su ogni parte del mio corpo tanto da costringermi ad infilarmi nel sacco a pelo.

Al mio risveglio con i primi segni di luce treis corazao è avvolta da una fitta nebbia sono circa le 6 e per strada non c’è nessuno. Inizia a piovere ed è una situazione surreale che porta la mia testa a riempirsi di strani pensieri.

Mi assale una greve sensazione di solitudine mi si aggrappa ad ogni cellula del mio corpo e ad ogni neurone del mio cervello: non riesco a scrollarmela di dosso e uno sciame di pensieri rinzano nella mia testa.

C’è di tutto un po’ ma il pensiero che quello potesse essere il mio l’ultimo giorno in Brasile mi sconvolge più di tutti. Ha la forza di distogliermi anche dalle manovre che abitualmente faccio quando mi sveglio rimango come paralizzato, immobile nella mia amaca in balia di questa dimensione psico-fisica per più di un’ora.

Trovo la forza di sistemare le mie cose, fare colazione e salutare i miei amici poi scappo via sotto una fitta pioggia che mi accompagna per quasi tutto il giorno.

Per strada come mio solito chiedo ai contadini informazioni sulla percorso oggi la loro voce è unanime come un coro mi avverte di una salita pazzesca, di 50 km di saliscendi e dell’impennata finale da urlo prima di arrivare a Santa Elena alla frontiera col Venezuelana.

Io però so come sono i brasiliani loro amano esagerare e giocare a spaventarmi quindi proseguo senza dare troppo peso alle loro parole e senza tener conto dei loro consigli.

Ahimè mai niente di più vero: arriva la prima salita poi una seconda e così via fino al momento in cui penso che questo la sali e scendi non abbia più fine ecco che proprio allora che inizia la salita quella terribile finale che tanto allarmava i locali, quando capisco cosa mi aspetta è troppo tardi: la salita è fatale e quelli precedenti hanno già esaurito le mie forze. 

Fortunatamente ogni tanto dalla parete rocciosa affiora una fonte d’acqua dalla bontà unica colgo l’occasione per ristorarmi un poco e per rifiatare.

Smette di piovere e le ultime rampe le faccio scalzo per avere più forza nella spingere la bici che ogni km sembra diventare sempre più pesante. Così tanta fatica non l’avevo mai provata! La prendo col sorriso e con il pensiero che quello era solo il prezzo divino da pagare per il mio passaggio su quella meravigliosa terra che per otto mesi mi aveva fatto sentire come uno dei suoi tantissimi figli.

Su in cima alla vetta scorgo le prime case e capisco di avercela fatta di essere alla fine di quella estenuante fatica allora mi volto indietro e la visione della savana del Roraima, questa oceanica pianura che ammiro sopraffatto dalla meraviglia, mi fa volare, resetto la fatica dai miei pensieri e pian piano ho la sensazione di essere sempre più leggero, ripenso a quei 10.000 km fatti di storie, di volti, di sentimenti, di sofferenza e di gioia. Ci penso talmente intensamente talmente che mi sento completamente svuotato, senza forze, smarrito tanto da desiderare per un attimo di voler tornare a casa. Sono come ubriaco di fatica e di bellezza. Mi pare d’aver pedalato sulle strade di questo Brasile fino all’ultimo metro oltre le mie capacità fisiche sono andato oltre e solo adesso vedo amplificarsi nella mia mente la bellezza dei giorni che vi ho passato. 

Forse non è che un istante, un attimo fugace non ho quasi tempo di metabolizzare quel pensiero che volgendo lo sguardo oltre la strada vedo la guardiola della polizia di frontiera col Venezuela che un altro pensiero prende il sopravvento: domani inizierò a pedalare in un altro paese, sentirò parlare un’altra lingua, userò una moneta conoscerò un altro popolo e questo mi basta a farmi sentire vivo come non mai.

Appoggio la bici al muro della baracca mi siedo sulla sedia a dondolo sotto il portico e ordino una birra gelata anzi gelati…ssima.

Giuro a me stesso che questa saidera non la dimenticherò mai.

 

F.

Commenti
  • Valerio
    28 Novembre 2020

    Ma la sadeira cos’è?

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