Te la do io la SPA!!!

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Te la do io la SPA!!!

Me l’aveva fatto capire quella donna un paio di giorni fa vicino a Lùn, indicando il cielo e la bicicletta, che sarebbe arrivato il brutto tempo la sua mimica era stata inequivocabile. Stiamo pedalando da due giorni verso ovest, ormai Ulan Bator è lontana a circa 200 km da qui e tra poco la strada asfaltata lascerà il passo alle celeberrime, almeno per noi cicloviaggiatori, piste della steppa mongola. Il tempo è buono, a parte un po’ di vento contrario, il sole scotta ancora e nonostante settembre stia finendo non si può pedalare senza la protezione di una crema solare. La profezia della donna di Lùn non è più nemmeno un ricordo.

Arriviamo a Kharkhorin al tramonto e nei nostri piani c’è l’idea di trovare un alloggio dotato di doccia perché le notti precedenti le abbiamo passate in campeggio libero e una lavatina non sarebbe male darsela. Troviamo un hotel di lusso ma non ci va di spendere una cifra fin troppo occidentale quindi finiamo, dopo un po’ di ricerche, in una guest house abbastanza arrangiata: la doccia calda la faremo un’altra volta.

Raggiungiamo la camera ma non abbiamo abbastanza tempo per apprezzare a pieno la numerosa popolazione di mosche schierata sul soffitto perché dobbiamo sistemarci piuttosto in fretta in quanto la cucina chiude a breve e non vogliamo farci sfuggire anche la cena e soprattutto una meritata birra. Nel locale c’è un gruppo di turisti tedeschi che si ritira quasi subito dopo il nostro arrivo perché domani hanno in programma una gita a cavallo per cui si devono svegliare all’alba così scopriamo che almeno una decina di equini alloggia nella stalla proprio dietro alla nostra camera. Già ecco il perché di tutte quelle mosche! Ci beviamo sopra un’altra bella birra e non tardiamo neppure noi a raggiungere il nostro letto.

Il sonno è profondo ma ci svegliamo di buon’ora per preparare le biciclette: oggi la tappa sarà abbastanza lunga vogliamo visitare il monastero di Erdene Zuu e avvicinarci il più possibile alle cascate che si trovano lungo la valle dell’Orkhon. Usciamo e fuori troviamo un cielo livido che non promette nulla di buono. La visita del monastero, che si trova poco fuori la città è breve, il tempio è chiuso ed è permesso solo un giro nella cittadella all’interno delle mura. Inizia a cadere qualche goccia di pioggia non appena entriamo nel chiosco che si trova di fronte alle mura della cittadella, facciamo colazione ma l’orizzonte si fa sempre più cinereo infatti poco a poco la pioggia si sta trasformando in una neve pesante e bagnata. Indossiamo gli abiti da pioggia e partiamo ma strada facendo il tempo non migliora e così decidiamo di fare solo metà della tappa prevista e di fermarci a Khujirt per la notte.

Ormai siamo zuppi e infreddoliti ma mancano pochi chilometri all’arrivo quando la lingua d’asfalto si estingue e la strada diventa una pista fangosa disseminata di profonde pozzanghere che cerchiamo di evitare zigzagando fino all’entrata del villaggio. Adesso siamo belli sudici ma in paese! Ci fermiamo per valutare sul cellulare l’esistenza di un hotel o di una guest house nei paraggi ed ecco comparire sulla mappa del display un punto di geo localizzazione con indicazione SPA esultiamo perché pare che in questo villaggio ci sia nientemeno che una SPA!…e questa è la giornata ideale da passare in una SPA!

Ringalluzziti dal pensiero di un bagno caldo seguiamo le indicazioni vocali di Google fino al punto in cui incrociamo un bus simil viaggi&vacanze così, con accresciuto entusiasmo, abbandoniamo immediatamente la nostra guida vocale e ci infiliamo dritti dritti all’inseguimento del bus convinti che ci possa portare rapidamente alla meta. Infatti arriviamo in un men che non si dica nel parcheggio di un enorme, imponente e alquanto inespressiva struttura grigia punteggiata da verdi finestroni. Il bus si ferma in coda ad un altro bus da cui stanno scendendo delle persone con trolley e valige, ci siamo penso, altro non è che la conferma alle nostre congetture: meta raggiunta!

Ci mescoliamo ai “turisti” e insieme a loro ci dirigiamo verso le grandi porte a vetri scorrevoli che si vedono in lontananza ma una volta giunti di fronte all’entrata della struttura la realtà spegne il nostro entusiasmo questo non è un hotel con SPA bensì un’enorme casa di cura!

La mia mente ottimista però non demorde ed elabora rapidamente l’equazione gente con valigia=alloggio escludendo la più corretta equivalenza, visto il contesto, gente con valigia=ricovero. Annebbiata dal miraggio di una doccia calda costringo Davide a parcheggiare anche la sua bicicletta sulla rampa d’accesso e a seguirmi per chiedere informazioni. La guardia che presidia l’ingresso è un omone grande e grosso, immagino che di lì a poco venga ad intimarci di uscire lerci di fango come siamo invece ci viene incontro facendo segno di sistemare le biciclette all’interno per tenerle al riparo poi ci chiede da dove veniamo. In un idioma misto mongolo-inglese ci conferma che si siamo in un centro termale ma che la struttura non è turistica bensì sanitaria per cui serve la prescrizione medica per poter soggiornare e poi aggiunge che non c’è nessun hotel nei dintorni. Ahi noi!

Non abbiamo neppure il tempo di immaginarci a montare la tenda sotto le intemperie che sempre la guardia ci dice di aspettare lì l’arrivo di un collega, che è già stato avvisato della nostra situazione, che parla inglese e che può ospitarci a casa sua. Nell’attesa possiamo accomodarci su un divano che ci indica gentilmente l’omone guardia ma io sono un po’ restia, ho i pantaloni talmente bagnati e lerci di fango che mi preoccupo di sporcare tutto, ma forse l’indecenza dei miei indumenti la vedo solo io perché anche l’anziano signore seduto insiste perché mi accomodi così mi siedo per la gioia di tutti.

E’ passata una mezz’ora quando un ragazzo giovanissimo ci viene incontro e ci conferma la disponibilità di una stanza ma dobbiamo attendere che finisca il turno di lavoro per andare a casa sua. Non è molto disinvolto nel parlare inglese ma riusciamo a capire che lavora in cucina ma non a chiarire quale sia la sua mansione specifica però poco male perché qualunque essa sia ci accompagna nella sala da pranzo e ci mette a tavola. Mangiamo quello che offre la mensa: zuppa di verdure e stufato con patate. Finito il suo turno il nostro nuovo amico ci raggiunge e con lui torniamo all’ingresso per recuperare le nostre bici. Usciamo e ad attendere il ragazzo c’è un auto che dobbiamo seguire per raggiungere casa sua.

Evidentemente agli abitanti della Mongolia non piace la strada col fondo battuto perché l’auto infila quasi subito una sorta di pista che passa proprio in mezzo ad un pascolo. La pioggia ha reso il fondo molle oltre misura tanto che devo mettere il rapporto più leggero per riuscire a venire via da quell’impasto di fango, erba e cacche di armenti inoltre di tanto in tanto devo anche mettere i piedi a terra e sprofondare in quel bel miscuglio!

Dopo aver esserci sporcati per bene con quel liquame riconquistiamo la strada battuta per addentrarci dentro al paese e dopo un paio di svolte l’auto si ferma e il ragazzo scende: finalmente siamo arrivati.

Una staccionata arancione piuttosto alta delimita lo spazio dell’abitazione che vediamo solo dopo essere entrati nel cortile mentre dalla soglia della porta un uomo ci saluta, ci invita ad appoggiare le biciclette al muro e ad entrare in casa. Scarichiamo solo la borsa con le cose che ci serviranno per la notte ed entriamo in piccolissimo atrio dove si lasciano le scarpe prima di accedere all’abitazione. Infatti apriamo una seconda porticina e siamo direttamente nella cucina dov’è riunito il resto della famiglia una bella signora, la mamma del nostro amico, una ragazza poco più che adolescente, e una bimbetta che scopriremo essere la nipote del nostro amico. Tutti ci salutano con grandi sorrisi inchinando più volte il capo. In questo ambiente ci sono pochi mobili: un tavolo, quattro sedie e una grossa stufa che serve sia riscaldare tutta la casa e sia per cucinare. Accanto alla porta ci sono alcuni ganci dove appendiamo i nostri indumenti ad asciugare. Esortati dalla mamma del nostro amico recuperiamo le scarpe che abbiamo lasciato fuori dalla cucina e le posizioniamo accanto alla stufa anche loro ad asciugare. Mentre prendo i calzini asciutti dalla borsa spero vivamente di potermi lavare le mani al più presto ma non vedo nessun lavandino e ben presto capisco che l’unica “stanza da bagno” è quella all’esterno, che serve solo per un paio di cose e che la casa non è dotata di acqua corrente.

Pazienza userò le salviette!

Ho appena il tempo di mettere le calze asciutte ai piedi che la mamma del nostro amico mi porge, con uno splendido e amichevole sorriso, un piatto con tre enormi palle di burro giallo e delle fette di pane. Sicuramente una merenda meravigliosa, penso tra me e me, se non fosse per l’assenza di una qualsiasi posata per stendere il burro e la precaria pulizia delle mie mani. Le sorrido a trentadue denti ringraziandola e cerco di farle capire quello che manca per poter gustare il tutto e incredibilmente lei mi capisce! Mi guarda, solleva la mano destra chiudendo tutte le dita e lasciando sollevato solo l’indice e mi fa capire, mimando il gesto, che devo usare le dita per spalmare il burro. Povera me!

Così rimango col piatto nelle mani mentre la signora mi accompagna nella stanza accanto e mi fa accomodare sul divano. Tergiverso qualche istante con la speranza di rimanere sola ma lei resta lì in piedi davanti a me con le mani appoggiate sul grembo chiaramente è in attesa che io assaggi ciò che mi ha offerto. È l’immagine dell’ospitalità di fronte alla quale non posso far altro che arrendermi così col dito indice prendo un po’ di burro lo stendo sulla fetta di pane e con un morso metto fine alle aspettative della mia ospite e mentre deglutisco il boccone, sperando vivamente che i miei anticorpi siano all’altezza della situazione, faccio intendere che sono deliziata da quanto ricevuto così la signora prende commiato e ne torna soddisfatta in cucina.

Siamo parcheggiati in salotto ormai da qualche ora e ogni tanto guardiamo fuori da una piccola finestrella l’evolvere del meteo. Una luce grigia avvolge tutto il cielo mentre il vento continua a portare con se altre nuvole e altri fiocchi di neve. I tetti colorati delle case sono ormai imbiancati così come le cime delle montagne che si scorgono in lontananza lungo il corso dell’Orkhon. Adesso mi ritorna in mente la profezia della donna di Lùn…

È buio e la piccola casa si sta saturando degli odori forti e umidi provenienti dalla cucina infatti sulla stufa sta sbuffando un’enorme pignatta cui il contenuto ben presto ci sarà offerto per cena. Stiamo proprio ripassando la tappa dell’indomani quando il nostro amico entra in salotto e con sguardo orgoglioso dispone al centro della tavola un piatto di carne con anelli di cipolla cruda. E’ il piatto degli uomini delle steppe: un bollito misto di frattaglie di montone, capra o pecora non saprei dire ma dall’odore si tratta sicuro di ovino. Le fettine scure sono sistemate alla maniera della nostra tagliata di manzo tra di esse riconosco il fegato, la milza e il rognone. Ringrazio con forzato entusiasmo e inizio a servirmi per non deludere la gentilezza dei nostri ospiti. Scelgo dal gran misto solo il fegato perché non credo di riuscire ad affrontare il rognone in maniera vincente e nei confronti della milza provo un forte pregiudizio dato dal ricordo di mia nonna che la acquistava dal macellaio esclusivamente per il gatto. Riempio il mio piatto di cotanta delizia e immaginandone il gusto forte e selvatico faccio incetta di cipolla che infatti risulta di grande conforto per il palato rendendo ogni boccone più gradevole. Il che è tutto dire!

Davide, che ha meno esperienza di me nell’identificazione e consumo di frattaglie soprattutto ovine si serve un po’ di tutto e inizia a mangiare con la convinzione del buon appetito. Ad ogni boccone però vedo la sua audacia sfumare fino a chiedere al nostro amico del riso bianco che prontamente ci viene portato accompagnato da una tazza di brodo di cottura del bollito. Che delizia!

Dentro la ciotola questo bel brodino ha un invitante color nocciola torbido rallegrato qua e là da qualche isola di schiuma giallognola. Mi chiede se ne voglio una anch’io ma declino civilmente l’offerta e guardo con profonda ammirazione Davide mentre sorseggia quella brodaglia ovina. Io non me la sento di mettere ulteriormente alla prova il mio apparato digestivo mangio qualche forchettata di riso e mi ritiro dalla cena lasciando solo Davide ad affrontare quell’incubo gastronomico ma ben presto si arrende anche lui.

Il nostro amico sgombra la tavola, si siede accanto a noi e iniziamo a parlare più dell’Italia che della Mongolia. Capiamo ben presto che non è il miglior interlocutore per soddisfare le nostre curiosità su questo paese così assecondiamo la sua voglia di conoscere un po’ l’Europa rispondendo alle sue mille domande. Sono quasi le 22 e la nostra giornata ormai volge al termine così auguro la buona notte a tutti e inizio a preparare materassino e sacco a pelo per la notte poi rammento la cabina all’esterno dell’abitazione: quello è un altro incubo ma questa è un’altra storia.

La ragazza con la Cannondale blu

 

Commenti
  • 24 Dicembre 2020

    Toccante… veramente!
    La firma è “la ragazza con la Cannondale blu”?

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    • Larissa
      5 Gennaio 2021

      Si Marco è la firma dell’autrice 😉

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  • Alberto
    25 Dicembre 2020

    Meravigliosa Mongolia. Il popolo più ospitale e curioso che abbia mai incontrato. Certo, il comfort alberghiero e la loro cucina non sono per signorine, ma fa parte della infinita magia di quei luoghi. Gli unici in cui ti senti davvero nomade tra i nomadi.

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    • Larissa
      5 Gennaio 2021

      Ciao Alberto concordo la Mongolia è un luogo davvero speciale per noi amanti dei viaggi in bicletta.

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  • Paolo
    28 Dicembre 2020

    Morirei di fame

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    • Larissa
      5 Gennaio 2021

      Ciao Paolo! Non ti dico poi le bevande! Meriterebbero un altro racconto!
      🙂

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